La speranza nel futuro

Bentornati a tutti, care lettrici e cari lettori. Spero abbiate trascorso buone vacanze. Le mie sono state brevi, come penso per la maggior parte degli italiani, in questi anni difficili. Sono stato, dopo tanti anni, a visitare il Friuli Venezia Giulia, regione riposante, che mi ha sempre comunicato un grande senso di pace, benché sia stata teatro di una delle guerre più cruente che abbiano mai insanguinato il patrio suolo: la Grande Guerra, quella del quindici- diciotto. Parto da lì. Tre , quattro giorni in quelle terre. Oltre alle mete classiche, Aquileia, Trieste, Cividale con il meraviglioso tempietto dei Longobardi, Cormons, le meravigliose visite enogastronomiche, ho voluto fermarmi in un luogo che avevo sempre e solamente guardato dall'autostrada, riproponendomi ogni volta di visitarlo: il sacrario di Redipuglia. Avendo superato da più di due anni la boa del mezzo secolo, appartengo a coloro che hanno frequentato le elementari nei favolosi anni sessanta. Parecchi reduci di quella grande guerra erano ancora vivi: i mitici “ragazzi del novantanove” erano allora neppure settantenni, e per la maggior parte pure assai gagliardi. Il mio maestro ci faceva cantare le gloriose canzoni di quella guerra: “La leggenda del Piave”, “Ta-pum”, “La Valsugana”. Retorica, dirà qualcuno. Forse sì. Preciso di non essere un guerrafondaio, anzi, di provare orrore per le armi e per la violenza. Pensavo, il giorno prima, varcando il confine con la Slovenia, passaggio che si avverte con la stessa noncuranza di quando dal Veneto si passa in Friuli (solo un cartello stradale, nessun controllo, nessuna garitta, oggi persino la stessa moneta…), che a molti questo sacrario può comunicare il senso dell'inutilità del sacrificio. Ma non mi vergogno a dire che, risalendo la montagna del sacrario sino alla sommità, ove migliaia di lapidi sono collocate lungo la salita in ordine alfabetico, oltre ai trentamila militi ignoti sepolti vicino alla cappella, un nodo mi stringeva la gola, non riuscivo a aprire la bocca, e faticavo a tenere a bada i miei sentimenti, mentre gli occhiali scuri evitavano di mostrare a chi era con me i miei occhi lucidi.

Perché? Suggestione che derivava dal ricordo di un maestro patriottico? Non è solo questo. È che la mente correva a quei giovani che donavano la vita in una fetida trincea, in mezzo alle cimici, con il caldo torrido d'estate e il gelo d'inverno, la pioggia battente che le trasformava in fiumi di fango. Chi ha voglia di approfondire vada a leggersi un bel libro: “Grande guerra, piccoli generali” di Lorenzo Del Boca. Non è solo questo, dicevo. È la consapevolezza che questi ragazzi (perché rimarranno eternamente ragazzi) lottavano, mettendo con eroismo a disposizione della patria la propria vita, per il futuro. Magari non condividevano la guerra, non ne avevano voglia, ma facevano ciò che veniva loro richiesto con eroismo e umiltà. Erano animati dalla speranza in un futuro migliore, che il loro sacrificio avrebbe garantito ai propri compatrioti nuove opportunità. Nelle infami condizioni in cui marcivano e perivano, questo pensiero li faceva resistere. Negli stessi giorni ho incontrato un ragazzo del posto, di quarantasei anni. È fidanzato da molti anni, mi ha detto, ma vive una grande stagione di grande sfiducia, che si protrae da anni, ormai, per le condizioni di lavoro sempre più difficili in cui opera, come tutti, del resto. Una sua frase mi ha colpito “Sono contento di non avere figli, perché sarebbe una grande preoccupazione pensare al loro futuro. Siamo in un mondo che non ha futuro”. Ho sentito il mio sangue gelare. Ho pensato a chi moriva nelle trincee, e vedeva un futuro, e a chi invece oggi vive in un discreto agio, ma il futuro non lo vede per nulla. Abbiamo perso la voglia di combattere la nostra battaglia, benché oggi non sia più cruenta? Non esiste più la speranza, perché siamo ormai convinti di vivere in un paese che è un morto che cammina, e che dovrà spedire all'estero i propri figli? oppure è soltanto la fede, la fiducia, quella che se ne è andata? Vorrei che chi ci governa si ponesse queste domande. Io sto cercando di trasmettere ai miei figli, e in generale a chi incontro, un messaggio di fede e di speranza, perché siano testimoni di valori e combattano con onestà la propria battaglia. Una economia sana, visto che nei miei articoli si parla soprattutto di materia economica, non può prescindere da fede, speranza, onestà, ovvero rispetto per la dignità altrui. Credo che ce la possiamo fare, e sono contento di aver messo al mondo due ragazzi. Spero che incominciamo tutti a rialzare la testa. È dura, ma il primo passo è ritrovare coraggio, è cacciare via la paura, il più pericoloso dei sentimenti umani. Per finire, nel mio ultimo pezzo avevo speso due paroline contro l'IMU, la più odiata dagli italiani… dubito che il presidente Letta abbia agito leggendo il mio articolo, ma…. se portasse bene? Anche questo è motivo di sperare.

Buon rientro a tutti!

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