La più odiata dagli italiani

Qualche anno fa la pubblicità di una nota azienda produttrice di cucine aveva adottato lo slogan: la più amata dagli italiani. Oggi potremmo utilizzare lo stesso slogan, capovolto, in cui ad amata si sostituisce il suo contrario, per parlare della famigerata IMU. Perché è odiata? Perché, d'acchito, colpisce ciò che di più caro c'è, per un essere umano, fra le cose materiali: l'abitazione, il tetto, il focolare. Casa, dolce casa, si è sempre detto, in un proverbio che è tradotto in tutte le lingue: home, sweet home, dicono i britannici. Ma ora il “dolce” diventa “amara”. Perché devo pagare l'affitto allo stato per qualcosa che mi sono comprato, oppure che la mia famiglia mi ha lasciato in eredità? Ed è sacrosanto, come pensiero. Con un unico appunto: è un pensiero che viene dalla pancia, oppure dal cuore. Perché, se a questo, aggiungessi anche i pensieri che mi vengono dal cervello, forse le considerazioni cambierebbero? No. Anzi, credo che l'odio per questa tassa assurda e ingiusta monterebbe a dismisura, pensando a tutti i guai che essa genera, non solo nell'immediato, ma anche, con un clamoroso effetto domino, su tutta l'economia. Se oggi vogliamo rivitalizzare questa economia che si sta avvitando su se stessa, trasformandoci in uno dei paesi più asfittici del pianeta, come possiamo farlo? Aumentando le tasse, e ridistribuendo ricchezza in maniera falsa, oppure riducendo l'imposizione in generale, e in particolare laddove questa rappresenta una palla al piede particolarmente pesante? Non voglio ripetere la vecchia metafora di Winston Churchill, che già mi sembra di aver ricordato sulle colonne del Castellano.net qualche numero fa: uno stato che cerca di risollevare l'economia aumentando le tasse è come un uomo che sta dentro un secchio e pensa di sollevare il secchio da solo. Però questo concetto resta attuale: di più, è una linea guida che nessun governante dovrebbe né ignorare né dimenticare, e che invece quasi tutti sembrano, se non ignorare, avere di certo dimenticato. E allora, dalla pancia e dal cuore, passiamo ad ascoltare quanto ci dice il cervello. Una volta la casa (il mattone, si diceva per la precisione) era il bene rifugio per antonomasia. La casa non si svaluta, una casa (ma anche uno stabile, un negozio, un capannone industriale), a differenza di titoli azionari, resterà sempre un bene reale. Di più: con gli anni si rivaluta. Tanti italiani hanno visto nella casa il proprio salvadanaio, e così tante aziende. Magari si trattava di un mutuo da pagare, e allora si risparmiava, e l'Italia era uno dei paesi più virtuosi del mondo, almeno in tal senso. Correggo, gli italiani erano uno dei popoli più virtuosi della terra circa il risparmio. Ma noi, purtroppo, dobbiamo prendere esempio dagli altri soltanto per i vizi, e non per le virtù. Oggi che cosa mi dice il cervello? Che con l'IMU sono tassato per qualcosa che è già stato tassato più e più volte: ho utilizzato redditi, sui quali ho pagato le imposte, ho pagato una tassa di registro (salatissima! Anche su questo ci sarebbe da parlare), ho pagato l'IVA su manutenzioni che artigiani e operai mi hanno fatto (creando ricchezza). E ora, di questo carciofo che era il mio reddito, è rimasto un cuore, dopo aver tolto tutti i petali, e una parte di questo, annualmente, mi renda o non mi renda, abbia io entrate finanziarie oppure no, devo darla allo stato. Pago imposta anche in assenza di reddito. Assurdo! Girate per le nostre città, e guardate quanti cartelli con la scritta affittasi o vendesi si vedono appesi alle vetrine di  negozi chiusi, o alle porte di appartamenti vuoti.

C'è allora da meravigliarsi che il mercato immobiliare sia fermo? Che la gente non voglia più investire in immobili? Che ne abbia paura, come del famoso cerino che passa di mano in mano, con il rischio di essere quello che si brucia le dita? Se vogliamo davvero rilanciare questa benedetta economia asfittica partiamo da misure eque. Togliamo l'IMU, con coraggio. Ammettiamo che sia stata una misura straordinaria che il governo Monti ha dovuto adottare per fronteggiare uno spread diventato astronomico. Cerchiamo le risorse altrove (perché vanno trovate, intendiamoci!), soprattutto nel contenimento della spesa e nella tassazione delle transazioni finanziarie (leggi Tobin tax, alla quale continuano ad opporsi le potenti lobby finanziarie della City e di Wall Street). Temo fortemente, e qui non è più la pancia né il cuore a parlare, che, al di là dell'antipatia viscerale che le misure fiscali ingiuste e ingiustificate procurano, indugiare sull'abolizione di questo mostro fiscale non aiuterà a risollevare l'economia, tutt'altro.

A parole è un argomento che sta cuore a tanti, a tutti. Non finirà per caso come con la legge elettorale, il famigerato porcellum, che tutti proclamano di volere cambiare, ma alla fine, chissà come mai, resta sempre lì?

Buone vacanze a chi le fa!

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