Una risposta per l'agricoltura

  • Scritto da Claudio Franzoni
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Girando per le nostre zone agricole della provincia di Bologna e romagnole, ho notato (ma sono già alcuni anni) che dal medicinese al mare ravennate, tradizionalmente terre di cereali, ortaggi, frutta, barbabietole (quest'anno qualcosa ho visto, penso, anche grazie alla nuova linea seguita da ANB nel biogas con le polpe di bietole), medica e di stalle che sono purtroppo scomparse da un pezzo, si nota un mare di mais praticamente senza soluzione di continuità. Mais che non serve per l'alimentazione, come molti possono credere, ma per il biogas, rubando ettari su ettari all'alimentare. Con questo non intendo criticare le scelte per il biogas, che può dare grandi soddisfazioni, se però gestito con la testa e non solo con il portafoglio. Comunque, bene per gli agricoltori, che, probabilmente, avranno un reddito dalle loro terre, altrimenti insoddisfacente.
Ricordo, per inciso che, ad un incontro a Medicina qualche anno fa sulla situazione dell'agricoltura emiliano-romagnola, tra le tante cose, dissi che non bisogna togliere all'agricoltore il suo rapporto con la terra e con ciò che produce, perché tutto ciò rappresenterebbe la fine di un’attività e delle tradizioni che ne erano da supporto. Ed è quello che sta accadendo: produrre energia dal fotovoltaico e gas ed energia dal biogas su terre coltivabili non è più agricoltura, ma una produzione para industriale che con l'agricoltura e le tradizioni ad essa collegate non hanno più niente a che fare.
L'agricoltura, nel suo insieme, è un settore che ha caratteristiche diverse dagli altri settori produttivi e che i nostri governanti non hanno saputo conservare anche quando hanno capito che tutti ci stavano copiando (e non da ieri...!) e che facevano reddito sui nostri prestigiosi marchi (Grana in particolare, vino e olio, che addirittura oggi vendiamo in Italia contraffatto), tranne qualche intervista data qua e là e qualche trasmissione televisiva dove si va a cercare il pacchetto di spaghetti con marchio italiano (che comunque vende anche se contraffatto – riflettete gente, riflettete!) in una vendita alimentare sperduta nel centro degli Stati Uniti, facendo poi i conti della serva su quello che è il danno per il PIL.
A parte l’importanza strategica dei prodotti del nostro agroalimentare che avrebbero per la nostra bilancia dei pagamenti per il reddito che sono capaci di produrre, oltremodo utile per combattere la crisi, bisogna considerare che in un mondo dove necessitano sempre più alimenti, dove le terre coltivabili sono sempre meno, che è devastato dal cambiamento climatico (altro fattore dimenticato e sul quale ho scritto anche un libro, Siamo al verde. Dalla crisi energetica alla sfida per le energie rinnovabili, per fare opera di sensibilizzazione), dove non si riesce ad esprimere un vero e serio programma agricolo-alimentare nazionale e mondiale che possa rimettere a produzione le terre coltivabili e cercare di aumentarne gli ettari, cosa facciamo? ce ne disinteressiamo, spesso buttando all'aria i nostri disciplinari di produzione, perché stanno prendendo sempre più piede le importazioni alimentari (addirittura la farina e il pane dalla Romania e i pomodori dalla Cina) e gli alimenti preparati, anche in busta, da mettere solamente nel microonde.
Questo fatto, pubblicità accattivanti a parte, è di una insensatezza e follia assolute.
Pur di garantire un reddito ai coltivatori e non perdere gli ultimi che possono aiutare i giovani ad imparare a coltivare la terra, cosa che evidentemente non sappiamo fare, preferiamo affossare ed uccidere un settore che è oggi inespresso e che rappresenterebbe, questo sì, per noi italiani, il vero volano per la ripresa, non dimenticando e includendo tutto il settore dell’enogastronomia, senza attaccarsi, come ad un salvagente, alla grande chermesse che si terrà a Milano nel 2015, cioè domani.
Un reddito, dicevo, che può essere dato solo scrivendo programmi di gestione delle produzioni e di mercato, che i contadini, da soli, non possono predisporre e che, dal canto loro, stanno riprendendo (giustamente) a vendere le loro produzioni nelle loro aziende.
Sono decenni che i nostri governanti hanno preferito investire in altri settori economici, ritenendo, evidentemente, all’atto pratico, la nostra agricoltura settore economico di serie B, sembra il comparto vitivinicolo a parte, che fa anche moda.
E a conferma di ciò che scrivo, pongo una domanda: chi ha mai sentito parlare al grande pubblico, anche in campagna elettorale, il nostro ministro dell’agricoltura, che dovrebbe rappresentare il nostro punto di riferimento, anche in Europa, della situazione, dei programmi e della rivalutazione del settore agricolo regionale e nazionale?
In una politica che ha fallito su tutto, spero vivamente che si faccia avanti qualcuno, augurandomi agronomo, che sia capace di proporre delle soluzioni pratiche, operative, senza le solite frasi fatte e discorsi para pubblicitari ad personam che non arrivano mai ad una conclusione.
Verità vuole che in Emilia Romagna (peraltro anche in altre regioni), è edito ogni cinque anni dall'Assessorato all'Agricoltura un volume dal titolo Sviluppo rurale: il programma della Regione Emilia Romagna dove vengono elencati tutti i progetti e le linee guida per un quinquennio. Una bella ed interessante edizione. Questo è un altro esempio di quanto anche le iniziative importanti come questa vengano poi lasciate inespresse o comunque non espresse con la dovuta cassa di risonanza, quasi fossero un mero resoconto delle cose fatte, da fare e non fatte.
Con tanta speranza leggo dall'ultimo PSR Emilia Romagna che per il periodo 2014-2020 è stato destinato 1 miliardo 190 milioni di euro al sostegno della competitività e della redditività delle aziende agricole e delle filiere agroalimentari, ai giovani agricoltori, alla debole agricoltura di montagna, all’ambiente.
La buona volontà di chi ha guidato l'agricoltura regionale e nazionale non viene messa in dubbio, sono i risultati che non si vedono, sono le campagne sempre più abbandonate, le case coloniche trasformate in scheletri di mattoni, sono i filari sradicati, i frutteti inerbiti non potati, è la manutenzione delle scoline, è la regimazione delle acque che è assente, sono le distese infinite di mais per l’industriale, è la domanda crescente (così mi hanno detto) per iscriversi ai farmers market per provare a vendere qualcosa ad un prezzo competitivo, è la difficoltà (pur contemplata nel programma regionale) di vedere giovani innamorarsi del mestiere dell'agricoltore che mi fa sorgere qualche dubbio, è la lontananza della campagna e dell'agricoltura dal nostro giornaliero (una domanda a freddo: come si chiama il ministro dell’agricoltura e l’assessore regionale dell’agricoltura dell’Emilia Romagna?).
In altre parole: invece di vedere un risultato, noto l'esatto opposto.
Mi piacerebbe rivedere le nostre campagne utilizzate per quello a cui sono sempre state destinate, ossia per l'alimentazione, e poi i nostri orti, le nostre stalle, i nostri filari e frutteti che tutti ci invidiavano, e le nostre tradizioni troppo in fretta dimenticate.
Mi piacerebbe che vi fosse la volontà vera di riportare a galla la situazione dell’ agricoltura sul nostro territorio e di darne programmi e soluzioni percorribili e di continuare a tenere vivo un tavolo operativo con tutti i componenti della filiera e non solo con i suoi rappresentanti.
In autunno si voterà in Emilia Romagna per la Regione.
A chi guida e a chi guiderà l’assessorato all’agricoltura chiedo gentilmente una risposta.

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