Il capitalismo è alla fine?

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Negli ultimi decenni, e negli ultimi anni in maniera più evidente, i paesi definiti “più avanzati” dal punto di vista economico hanno prodotto un benessere fittizio, alimentato da consumi crescenti, e questo per una economia capitalistica va bene, ma finanziati con il debito, e questo non va bene. La crisi in cui l'Occidente, ma ormai non solo questo, si dibatte, ha comunque dimostrato che il sistema così strutturato è fallito e occorre in fretta crearne un'anternativa.
In parole semplici, per capire cosa è successo, bisogna richiamare alla mente la parola macchina e quindi innovazione tecnologica e quindi produzione. Dalla parola macchina prendiamo una similitudine per descrivere l'intero sistema economico che produce sempre qualcosa e, inevitabilmente, in quantità sempre maggiori: un occidentale (tedesco, americano, francese…) ha a disposizione libri, auto, mobili, telefonini, computer, elettrodomestici, fotocamere digitali… possiede, in definitiva, grandi quantità di oggetti diversi, anche se non sono strettamente indispensabili. E, seguendo il ragionamento, siccome le aziende producono e devono produrre sempre nuovi prodotti, si deduce che la macchina raggiunge il suo scopo solo se le persone comprano, comprano e continuano a comprare.
Facciamo un passo indietro. Alla fine degli anni ottanta la macchina ha ricevuto un inaspettato regalo che ne ha dato uno slancio fino a pochi anni prima impensabile. È caduto il muro di Berlino e con esso il capitalismo si è allargato a macchia d'olio anche nell'Europa Orientale, in Asia e in Africa, cancellando, specie in Africa, popolazioni antichissime che vivevano in connubio con la natura e con le leggi che i loro antenati insegnarono all'inizio dei tempi (dicembre 2014 - Castellano. net).
Ora, sempre seguendo il ragionamento, con l'apertura di questi nuovi, immensi, mercati, basti pensare alla Cina e all'Arabia, tutto il sistema avrebbe dovuto andare al massimo e l'economia crescere con indici mai visti.
Ma in realtà è accaduto il contrario.
La macchina non ha funzionato. E a causa di un fenomeno recente, diciamo post 2008. E deve essere un fenomeno così potente da aver avuto la forza di neutralizzare la spinta che il capitalismo ha ricevuto dai nuovi mercati (vedi sopra). E la causa non ha interessato solo un paese (si sarebbe potuto arginare in una qualche maniera), ma è risultato a carattere globale, comune a tutti. Ha un nome questo problema?
Sì. Si chiama abbondanza. Ossia possedere tutto, anche se non serve. Ma per possedere tutto occorrono soldi. Ma i soldi si accumulano (generalmente) lavorando. Ma il lavoro lo dà l'industria. Ma l'industria vive nel mercato. E se il mercato si ferma, come è successo, l'industria chiude, il lavoro manca, non ci sono più soldi, non si comprerà più il superfluo, ma l'indispensabile.
Quando gli economisti si riferiscono alle persone, usano il termine “consumatori” e non “compratori”, perché questo è il ruolo dei cittadini nella catena economica: consumare. Un tempo consumare e comprare erano sinonimi, si scambiavano a vicenda, oggi non più. Si leggevano libri appena comprati, si indossavano magliette nuove, si guardava e si comprava un giocattolo. Ma per fare questo occorre tempo, riflessione, scelta. Per la macchina, invece, non ci deve esistere la parola tempo, ma le parole subito e in grandi quantità, anche se non sono strettamente necessarie.
A questo punto sorge un problema: come convincere le persone a comprare senza consumare, accumulando beni per poi ritenerli subito obsoleti e comprarne di nuovi, in periodo di crisi?
Con la pubblicità? Come sempre, verrebbe da dire. Ma è un processo lungo e costoso e non dà certezza di risultato, almeno nelle cifre delle aziende che giocano nel mercato internazionale, che sono poi quelle che contano e che fanno girare la Borsa. Bisogna convincere a consumare dimenticando che si ha tutto. Questo è il problema. E in momento di crisi il problema diventa insormontabile. Allora? La macchina, inevitabilmente, ha rallentato e poi si è bloccata. I negozi, ad esempio, sono sempre più vuoti (neanche i saldi, sempre più anticipati, riescono a riempirli).
Facciamo un altro salto indietro. Settembre 2008. La banca di investimenti Lehman Brothers è fallita. Entra un nuovo termine nella comunicazione giornaliera: crisi finanziaria. Prima della crisi gli investitori del settore immobiliare statunitensi avevano puntato sulla crescita comprando titoli legati ai mutui ipotecari. Hanno speculato sul fatto che sarebbero state costruite sempre più case. Ma il mercato si saturò (cosa che abbiamo già capito non deve avvenire), i loro titoli hanno perso gradualmente valore e così è cominciata la crisi finanziaria. Il guaio fu che gran parte degli investitori erano banche.
Tradizionalmente gli istituti bancari muovono i loro affari fornendo credito ai mercati o attività in espansione, puntando su questa espansione e quindi con i relativi guadagni (esempio il mercato automobilistico). Ma i mercati hanno smesso di crescere o non abbastanza. Ma quando queste attività sono fallite, non hanno più avuto modo di coprire le perdite ed è cominciata così anche la crisi bancaria.
Cosa è successo? Per salvare le banche, che a loro volta avevano voluto salvare le industrie sbagliando completamente le stime, i paesi industrializzati hanno contratto debiti enormi, che si sono accumulati ad altri debiti. Per anni gli stessi Stati hanno sperato nella crescita e di ridurli assicurando più entrate fiscali (cosa a noi italiani nota). Ma la crescita non c'è stata, le entrate sono state gonfiate a tal punto da renderle impraticabili.
Così è nata la terza crisi: quella del debito.
Il vero problema è che manca la crescita.
Le misure adottate negli ultimi anni di crisi da Stati Uniti, Giappone e Germania hanno avuto l'obiettivo di accelerare la crescita dell'economia mettendo in moto la macchina capitalistica, abbassando le tasse, stanziando sussidi, introducendo premi per la rottamazione delle auto. Tutto per spingere le persone a spendere, perché è questo il vero problema. Forse i paesi asiatici potrebbero comperare tutte le automobili del mondo o tutti gli elettrodomestici prodotti all'interno dell'Europa. Si pensò.
Ma se non dovesse funzionare, resterebbero solo due strade.
La prima, che conosciamo già, consiste nello stimolare, costi quel che costi (e già questo modo di pensare non è più economico, ma speculativo), la crescita per tenere in vita l'economia. E quindi aumentare di riflesso anche le scorie e le emissioni di anidride carbonica causate dalla macchina.
Ovviamente la loro quantità è legata al numero di oggetti posseduti dalle persone, che, in questa ipotesi, devono comunque aumentare. Tali emissioni, in passato, furono giustificate come il prezzo da pagare al benessere, e quindi al plusvalore delle aziende, punto fondamentale per creare nuovi posti di lavoro e quindi nuovo plusvalore. Si sostenne anche che, se fosse aumentato il benessere, ci sarebbero stati più soldi per finanziare lo sviluppo delle energie pulite! Ma se la crescita è fittizia, come si sta dimostrando, allora perché continuare a bruciare petrolio? La risposta aspetta domani. Quello che conta è che, a qualsiasi costo, la macchina deve funzionare. Ma sappiamo già tutti che non si possono tassare ancora i ceti medio/bassi pena la rivoluzione, che le banche sono in crisi di indebitamento a causa dei loro errori di valutazione economica e che non danno più un euro per la crescita alle piccole e medie imprese, che sarebbero le uniche a poter far muovere il mercato.
Tradotto: la devono pagare sempre i soliti, ma quei soliti i soldi li hanno finiti, anzi, è stata la macchina burocratica-bancaria-finziaria- speculativa che li ha portati al lastrico rovinando il mercato. Siamo di fronte, in conclusione, alla coperta che è sempre corta.
La seconda strada, visto che la prima è ardua, lo è ancora di più. La società si può organizzare in modo da accontentarsi di quello che ha, ossia di conservare il benessere, senza aumentarlo spingendo sulla crescita della felicità delle persone più che il fatturato delle imprese.
La risposta è che, ad oggi, tranne una inversione di marcia paurosa (un coraggio che l'uomo non ha), fermare la macchina, riconsiderare gli equilibri mondiali, cancellare la parola consumismo, ridare alle banche il loro compito, che è la mutualità, non ci sono risposte.
Modelli alternativi nel corso del tempo ne sono stati pensati: quelli del mahatma Gandhi, secondo cui bisogna procacciarsi da sé i beni indispensabili per sfuggire alle logiche del mercato; oppure l'autogestione anarchica, secondo cui nessuno può arricchirsi alle spalle degli altri; oppure il socialismo nelle sue molteplici varianti che è stato sconfessato dai suoi stessi fautori.
Riprendo, per terminare, con i popoli dell'Africa che vivono nelle foreste. Alcuni pensavano che sotto le sabbie africane vi fossero i diamanti e così le multinazionali hanno scacciato i residenti dalle loro terre. Oggi alcuni fanno i domestici (i nuovi schiavi), lavorano come braccianti per pochi soldi, altri sono alcolizzati o conducono una vita solitaria in qualche riserva (il genocidio dei pellerossa non ha insegnato niente!) dove provano di nuovo a cacciare come facevano i loro antenati.
Forse sarà questa l'alternativa al capitalismo?

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