L'era del web 2.0 e il vecchio giornalismo

  • Scritto da Economista
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In sintesi, per chi non lo sapesse, il termine Web 2.0 è collegato direttamente allo sviluppo dei software. La differenza dal Web 1.0, che era diffuso fino agli anni novanta, consiste nel fatto che era composto prevalentemente da siti web statici, senza alcuna possibilità di interazione con l'utente eccetto la normale navigazione ipertestuale tra le pagine, l'uso delle e-mail e dei motori di ricerca.
Un esempio per capire la differenza tra Web 1 e 2 potrebbe essere quello di considerare il social commerce, che è l'evoluzione dell'E-Commerce in senso interattivo, che consente una maggiore partecipazione dei clienti, attraverso blog, forum, sistemi di feedback, ecc.
Se prima la costruzione di un sito web personale richiedeva la padronanza di elementi di HTML e di programmazione, oggi chiunque è in grado di pubblicare i propri contenuti, dotandoli anche di veste grafica accattivante, senza possedere alcuna particolare preparazione tecnica.
Se prima le comunità web erano in stragrande maggioranza costituite da esperti informatici, oggi la situazione è completamente ribaltata: ne usufruiscono scrittori, giornalisti, artisti le cui attività non presuppongono una conoscenza informatica approfondita.
Detto questo, la riflessione sul “vecchio giornalismo” si basa sul fatto che c'era una volta il giornalismo delle testate che pubblicavano notizie (a mezzo stampa, via etere, attraverso il mezzo televisivo), i lettori le leggevano, le ascoltavano in radio o sul piccolo schermo.
Il Web 2.0 costituisce, invece, un approccio alla rete che ne connota la dimensione della condivisione rispetto alla pura fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti della rete possano apparire invariati (come forum, chat e blog, che "preesistevano" già nel web 1.0) è proprio la modalità di utilizzo della rete ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza nell'utente della possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti multimediali attraverso la possibilità di accedere a servizi a basso costo in grado di consentire l'editing anche per l'utente poco evoluto, in cui il ruolo dell'utente è centrale.
Bisogna anche considerare che c'era il giornalismo buono e quello meno buono, c'erano le notizie approfondite bene e meno bene, c'erano le bufale, c'era la stampa indipendente e coraggiosa, quella manipolata e distorta dalla politica o dal potentato di turno.Il punto è che questo sistema d'informazione “a due dimensioni” era tutto sommato riconoscibile, immediato e intellegibile a qualunque tipo di lettore-radioascoltatore-telespettatore al quale, dopo essersi informato, spettava, in ultima analisi, giudicare se quella testata era più o meno autorevole, competente e imparziale oppure no.
Un giudizio che poi si traduceva in un atto pratico: l'acquisto della copia del giornale cartaceo, la sintonizzazione su quella radio o su quel canale TV.
In sintesi, le testate d'informazione sono nate per soddisfare il bisogno dell'individuo di essere informato su ciò che, appunto, succede.
E perché questo sistema potesse reggere, alla base vi era un prerequisito: cioè che il fruitore di notizie riconoscesse al professionista dell'informazione una certa autorevolezza e una certa competenza. Sull'obiettività, bisognerebbe aprire un capitolo a parte e non ne abbiamo né il tempo né la voglia. Anche perché, del resto, come ci ha insegnato l'abbecedario del giornalismo, ogni punto di vista nel raccontare un fatto, alla fine, risulta sempre parziale.
Era il lettore-radioascoltatore-telespettatore medio, alla lunga, che era in grado di riconoscere la professionalità, l'imparzialità, l'autorevolezza! E quindi di scegliere di non comprare più quel quotidiano, di non ascoltare più quella radio, di non guardare più quel telegiornale!
La bellezza di quel giornalismo, in fondo, era proprio questa: la sua semplicità e la sua immediatezza.
Poi è arrivato il web 2.0, quello dei social network e della condivisione a tutti i costi.
E quel sistema – buono o meno buono che fosse – è stato minato alle fondamenta, è franato, è stato stravolto. Da fisso a due dimensioni che era, il giornalismo si è spacchettato in decine di dimensioni parallele e speculari, a volte accartocciate su sé stesse e prive di ogni logica e ogni razionalità.
Il semplice gioco delle parti informatore-fruitore di notizie si è capovolto, s'è fatto condizionare dalla reciprocità e dall'interazione diretta tra chi dà informazioni e chi le “consuma”. E la stampa ha perso di vista il suo obiettivo di fondo: cioè quello di “informare”. Invece di dare notizie si cerca il facile consenso, facendosi – adesso – condizionare dai gusti del consumatori, dalle sue logiche, dalle sue mode, invece che provare ad “educarlo”, a “informarlo”, a fornirgli nuove categorie concettuali mediante le quali metterlo in condizione di formarsi una propria opinione sui fatti.
Negli ultimi tre anni il dilatarsi all'infinito dell'utilizzo della Rete e soprattutto dei suoi strumenti “social”, ha ingigantito in maniera esponenziale questo processo di trasformazione non solo giornalistica, ma antropologica a tutti gli effetti.
La mutazione è in essere: le notizie, oggi, si commentano ancora prima di finire di leggerle, la corsa morbosa alla condivisione di tutto (opinioni, fatti pubblici e privati) smantella ogni filtro di analisi e di riflessione, si ragiona per hashtag e non per concetti, ottenere “like” è diventato un obiettivo ancora più importante che dare le informazioni, la parola (il logos) ha smarrito il suo significato originario e si è perso il senso stesso delle cose, dei fatti, della vita che sarebbe la sua realtà più profonda. Basta leggere i forum, o lo spazio dei commenti alle notizie dei portali di informazione. Si parte dal commentare la notizia di guerra e si finisce per accapigliarsi sui costumi sessuali delle ragazze di oggi, e così via.
Come se fosse tutto una corsa interminabile, folle, nel quale vince non l'autorevolezza, non la competenza, non l'imparzialità tanto agognate.

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