Il concetto come segno

  • Scritto da Lorenzo Franzoni

L'ultima grande figura della Scolastica e allo stesso tempo colui che ne ha svuotato completamente il contenuto,  il doctor invicibilis che aveva portato avanti la dissoluzione della Scolastica iniziata da Duns Scoto, il quale aveva riconosciuto nella teologia una pura scienza pratica e quindi incapace di fornire all'uomo verità speculative, l'uomo che pose definitivamente fine alla questione dell'incontro tra ricerca filosofica e verità rivelata: Guglielmo di Ockham. Nonostante un'esigenza di libertà che domina completamente la sua personalità e che lo portò a risponderne personalmente davanti al vescovo di Parigi, nonostante la propensione della sua speculazione ad abbandonare la culla scolastica e muoversi autonomamente verso l'Umanesimo, ci sono  aspetti della sua riflessione che prendono le mosse direttamente da autori di inizio XI secolo e mettono in evidenza una certa continuità di pensiero, nonostante fossero trascorsi più di due secoli. Riprendendo infatti Duns Scoto, Guglielmo di Ockham affidò completamente i fondamenti della conoscenza all'esperienza, rigettando così ogni altro sapere che la trascendesse. Un ricorso all'esperienza che non solo legava la sua riflessione a importanti personalità della tradizione francescana come Roberto Grossatesta o Ruggiero Bacone, ma risaliva fino a pensatori arabi come Alhazen e al proprio scritto sull'ottica De aspectibus, e per certi versi anticipava la riflessione moderna di Bacone o Stuart Mill, come vedremo in seguito. Alhazen riteneva l'intuizione o intuitio la forma fondamentale della conoscenza e tutte le proposizioni universali erano ricavate da essa attraverso un processo di generalizzazione. In questo senso l'universale diventa un segno delle cose e sta in luogo di esse. Questa considerazione appartiene all'inizio dell'XI secolo e quindi, all'interno della disputa sugli universali e nell-ottica nomilastica, costituiva una valida alternativa al realismo. Tuttavia il concetto di universale come segno e l'mportanza della conoscenza intuitiva verrà ripresa due secoli dopo da Ockham proprio per scrivere la parola fine all'esperienza scolastica.

La conoscenza intuitiva, dunque, ripresa dal trattato sull'ottica di Alhazen. Essa è quella conoscenza che permette di stabilire immediatamente se una cosa c'è o non c'è nella realtà e consente all'intelletto di formulare un  giudizio sull'esistenza o meno dell'oggetto, una conoscenza che permette di “conoscere con evidenza una verità contingente, concernente specialmente un oggetto presente” (In sent, prol, q 1 Z). La conoscenza intuitiva può essere sia sensibile che intellettuale. L'intelletto quindi non svolge una funzione puramente astrattiva, prescindendo quindi dalla realtà o irrealtà di un determinato oggetto. L'intelletto non solo può conoscere intuitivamente l'oggetto della conoscenza sensibile dal momento che se fosse vero il contrario non potrebbe nemmeno formulare giudizi, ma conosce anche tutti i moti che concernono lo spirito come l'odio, l'amore o il piacere.  Questa conoscenza suppone quindi un rapporto immediato tra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, negando cosi valore ed esistenza a tutto ciò che possa fungere da mezzo intermedio o species per la conoscenza. Sarebbe semplicemente inutile, secondo il principio a cui Ockham si mantiene fedele per tutta la vita del frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora, ovvero il cosiddetto rasoio di Ockham.  Oltre a negare valore conoscitivo alla species, Ockham si spinge oltre affermando come la realtà debba essere esattamente come appare, per essere presente immediamtente alla conoscenza, e farsi,questa,portatrice di verità, negando quindi alla realtà, oltre a sé stessa, una dimensione o essere concettuale. Qualè quindi la posizione del doctor invincibilis nella disputa sugli universali, dato che la riflessione su di essi e quindi sul confronto tra nominalismo e realismo è quanto mai attuale nello sviluppo del suo pensiero? E' presto detto: nessuna realtà poteva essere riconosciuta all'universale, e quindi tutte le dottrine realiste che affermavano un qualche grado di realtà ad esso, separato dalle cose o in unione con queste ultime, erano da scartare a priori. Qual è allora il valore del concetto? In effetti Ockham rinosce come la realtà dell'universale sia essa stessa contraddittoria ma non nega che esso possa avere una realtà nell'anima. Ma questa realtà non è altro che lo stesso atto intellettuale, non una specie. L'universalità del concetto quindi consiste nell'essere intentio, e quindi, in quanto intentio, il concetto è un segno delle cose, e come tale sta in luogo di esse in tutti i ragionamenti in cui compare. Il carattere più empiristico di tutta la riflessione di Ochkam risiede proprio in questo aspetto: il rapporto tra il concetto e la cosa non viene giustificato metafisicamente ma a livello esperienziale, ovvero la cosa produce nella mente di chi conosce il segno o il concetto che la rappresenta. Inevitabile a questo punto la derivazione del concetto dalla cosa conosciuta.

In questo modo Ockham abbandona anche la tradizione platonica dell'oggettività del concetto, dato che la sua validità risiede ora nel suo rapporto intrinseco con la realtà che rappresenta, è segno naturale della cosa medesima. L'altro tratto caratteristico del suo empirismo lo avvicina pericolosamente alle riflessioni empiristiche moderne, come abbiamo accennato prima, di Bacone e Stuart Mill: la dottrina dell'induzione. Mentre per Aristotele l'induzione si fondava sulla rassegna e accertamento di tutti i casi possibili per la formulazione di una affermazione generale, in Ockham l'induzione non perde la sua validità se si fonda su un unico esperimento, poiché a cause simili corrispondono effetti simili, anticipando così il principio di uniformità causale della scienza moderna.

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