Meister Eckhart. L'uomo come puro nulla

  • Scritto da Lorenzo Franzoni

Le riflessioni e le intuizioni apportate al pensiero filosofico dall'occamismo e dal misticismo tedesco a partire dalla fine del XIII secolo erano il segnale di una speculazione oramai satura, che dopo due secoli non aveva ancora trovato approdo presso un porto sicuro ma era ancora lì, tra i marosi di questioni irrisolte. La lenta ma inesorabile dissoluzione della Scolastica era alle porte, con una questione non certamente recente: il problema della fede. Anziché attenuarla, la riflessione scotista, ponendo l'attenzione sulla praticità della teologia e sulla volontà come fondamento della fede, aveva radicalizzato la posizione di quest'ultima. Tale accentuazione di certo non aveva giovato alla fede, giacchè ora la filosofia mistica e occamista doveva porsi un interrogativo: che valore aveva a quel punto la fede? Che cosa poteva giustificare la sua posizione se dalla speculazione passata era risultata addirittura in antitesi o agli antipodi di tutte le altre capacità naturali dell'uomo? Quale giustificazione poteva trovare quand'anche la ragione l'aveva abbandonata ed era stata categoricamente separata, soprattutto nell'ultima Scolastica, da questioni de fide, quando ogni appiglio alla  ragione, che poteva indagare la realtà esperienziale ma era incapace invece di avvicinarsi alla dimensione sovrannaturale, le era stato tolto? Se gli articoli di fede non  erano dimostrabili né tanto meno giustificabili, che significato dunque poteva ancora avere sostenere una tale posizione? In gioco c'era la stessa possibilità di fede e questa per l'eccartismo, soprattutto per il suo fondatore, Giovanni Eckhart, fu la sfida più grande. Occorreva ritrovare l'unità tra l'uomo e Dio che la fredda logica speculativa aveva perso o quanto meno non aveva posto tra le sue priorità più impellenti. Occorreva che l'uomo si spogliasse della propria dimensione creaturale e abbracciasse l'essere divino. Come e dove ricercare la possibilità di quest'unità? Per fondare tale  rapporto tra le creature e il Creatore, tra l'uomo e Dio, Maestro Eckhart ricorse ad una definizione particolare delle creature, che consentisse loro allo stesso tempo di avvicinare il loro essere a quello di Dio. Tutte le creature sono un puro nulla, dal momento che il loro essere dipende dalla presenza di Dio. Se Dio distogliesse anche solo per un momento il suo sguardo dal creato, esso cadrebbe nel non essere.

Altre volte affermai ed è cosa veritiera: chi prendesse il mondo insieme con Dio, non avrebbe nulla di più che se avesse Dio solo” (Pred, IV).

Ed è proprio questo il polo opposto a Dio: di fronte alla nullità delle creature, Dio è l'essere, poiché se l'essere fosse altro da Dio, Dio non sarebbe né sarebbe Dio. Ogni essere del creato ha dunque da Dio e in Dio l'essere e la vita. Da questa riduzione dell'essere a Dio, deriva una coeternità e una sostanziale unità tra il mondo e Dio. Non bisogna infatti pensare che le creature nascano fuori di Dio, giacchè sarebbero prodotte dall'essere al nulla e quindi non ci sarebbe più creazione ma corruzione, la via che porta dall'essere al non essere appunto. Per scoprire quest'unità nell'essere divino l'uomo deve scoprire Dio in sé stesso perché la fede altro non è che questo, la nascita di Dio nell'uomo. L'uomo deve volgersi verso sé stesso e nella propria ricerca interiore, a partire dall'anima, ritrarsi dalla molteplicità e cogliere l'unità divina, abbandonando la dimensione creaturale. La nascita di Dio nell'uomo quindi corrisponde alla morte stessa dell'uomo come essere creaturale. L'uomo diventa uno con Dio, anche se rimane una sottile linea di demarcazione che li separa, giacchè “l'uomo è Dio per grazia, Dio è Dio per natura.” (Werke, ed. Pfeiffer). La tentazione di un panteismo non rimane certo latente nel considerare i punti cardine della riflessione eccartiana ma, se si guarda alla considerazione delle creature come puro nulla e Dio come essere, allora ogni possibile insinuazione panteistica finisce per essere inutile. Inoltre il panteismo è pur sempre naturalismo  e questo si allontana enormemente dalla logica di Eckhart. In definitiva dalla riflessione eccartiana la Scolastica ne usciva trasfigurata, incapace di riconoscersi nei suoi stessi principi. Eckhart si serve  di spunti della tradizione scolastica come quello dell'analogicità dell'essere in Tommaso, ma solamente per ribadire ancora una volta lo stesso punto: ogni creatura, al di là dell'essere di Dio, è puro nulla. Ecco dunque l'esito mistico di una delle questioni 'eternamente presenti' in tutta la speculazione filosofica medievale, che trova in Eckhart forse l’ultimo grande tentativo di dare un fondamento metafisico alla fede.

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