Grande miracolo, o Asclepio, è l'uomo!

  • Scritto da Lorenzo Franzoni

L’uomo medievale aveva fatto il suo tempo e la società aveva preso una nuova direttiva, emancipando la mentalità comune da una visione metafisica dell’esistenza ed attuando un’insanabile frattura tra un Medioevo fondamentalmente teocentrico e un Rinascimento antropocentrico .  Una tesi che trovò ampio respiro  sia tra illuministi che romantici ma che reperì la sua affermazione più compiuta in Jacob Burckhardt, nella seconda metà dell’Ottocento.  Una schematizzazione fin troppo semplicistica che non coglierebbe invece la continuità tra le due età, sostenuta ad esempio da Burdach all’inizio del XX secolo: esempi di rinnovamento della mentalità  e della visione del mondo si avrebbero già nel XII  o XIII secolo,  retrodatando l’inizio della vera rinascita almeno di due secoli. Ma al di là di tesi contrapposte vi sono elementi che carattarizzano la mentalità dell’uomo di fine XV secolo dal punto di visto antropologico,filosofico e scientifico che meritano di essere brevemente ricordati.  La palingenesi rinascimentale è da ricondurre all’individuazione di un principio, ovvero una nuova nascita dell’uomo ( in sé stesso, con gli altri e con Dio) come ritorno al principio. Quale principio però?  Se per Martin Lutero era un ritorno  alla cristianità primitiva, per Machiavelli era un ritorno alle comunità antiche, per gli umanisti  un ritorno ai classici e per i filosofi naturali come Telesio  un ritorno alla natura.  Comunque inteso, attraverso quel principio l’uomo realizzava sé stesso, riformando  il mondo con cui si rapportava. L’uomo, riprendendo le parole di Cicerone nel De Republica, diventava artefice del proprio destino, disallineandosi dall’ordine cosmico entro il quale era stato concepito nel Medioevo e  riprogettando sé stesso in maniera attiva, non più peregrino attendente l’aldilà.  Pico della Mirandola, umanista e filosofo italiano, lo descriveva così: “Negli scritti degli Arabi ho letto, Padri venerandi, che Abdalla Saraceno, richiesto di che gli apparisse sommamente mirabile in questa scena del mondo, rispondesse che nulla scorgeva più splendido dell’uomo. E con questo detto si accorda quello famoso di Ermete: “Grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo”.  Pico descrive come, do po la creazione, non vi fossero più nicchie ecologiche disponibili per l'uomo. Così Dio decise che egli non avrebbe avuto una natura specifica o un ambiente preciso in cui vivere ma gli avrebbe affidato la possibilità di scegliere, quella libertà di innalzarsi sino a Dio oppure di allontarnavisi,  l’unico essere a cui fosse stato concesso di determinare da se stesso il proprio destino di fronte ad un mondo governato da leggi divine immutabili.

“Né determinata sede, né un aspetto tuo peculiare, né alcuna prerogativa tua propria ti diedi, o Adamo, affinché quella sede, quell’aspetto, quelle prerogative che tu stesso avrai desiderato, secondo il tuo volere e la tua libera persuasione tu abbia e possieda. La definita natura degli altri esseri è costretta entro leggi da me stabilite, immutabili; tu, non costretto da nessun limitato confine, definirai la tua stessa natura secondo la tua libera volontà, nel cui potere ti ho posto. Ti ho collocato al centro dell’universo affinché più comodamente, guardandoti attorno, tu veda ciò che esiste in esso..”

 Il concilio di Ferrara e di Firenze(1438-1439),per l’unione della Chiesa greca e orientale e la caduta di Costantinopoli nel 1453 facilitarono l’enorme afflusso di dotti orientali ed esperti in lingua greca. In questa cornice si inquadra un rinnovato interesse per le opere di Platone, che nel Medioevo avevano conosciuto solo un parziale riconoscimento, soprattutto per il Timeo, Fedone e Menone, mentre invece ora i Dialoghi, tanto cari al Petrarca, potevano essere consultati  e studiati nella loro versione integrale, grazie anche all’apporto di Marsilio Ficino, anche se fino all’Ottocento Platone continuerà ad essere interpretato sostanzialmente in chiave neoplatonica. Se Firenze diventa il fulcro di diffusione del platonismo, Padova invece lo è per l’aristotelismo,  che aveva ora abbandonato la veste tomistica e si divideva tra opposte correnti: gli averroisti e gli alessandristi, fedeli al commento di Alessandro di Afrodisia. Dispute tra aristotelici e platonici a parte, non dimentichiamoci di due ulteriori aspetti che caratterizzano quel ritorno al principio suddetto. A fianco degli umanisti vi sono anche coloro che interpretano la rinascita in chiave filosofico-naturale:  Telesio, Bruno, Campanella. L’indagine naturale diventa uno strumento indispensabile per l’uomo a realizzare i propri fini e adempiere definitivamente al proprio ruolo attivo nel mondo. Non esiste più alcun mistero nella natura che non possa esser desunto nell’esperienza e dalla indagine scientifica. Telesio considera la natura come  un mondo a sé, regolato da determinati principi, escludendo così l’intervento di forze metafisiche. L’uomo non deve fare altro che affidarsi ai sensi a cui la natura si rivela. La sensibilità quindi non è nient’altro che l’autorivelazione della natura a quella parte di sé che è l’uomo. Il secondo aspetto che tratteremo nel prossimo numero fa riferimento alla rinascita/rivoluzione scientifica e astronomica, scoprendo quali fattori hanno prodotto la scienza e quali sono state le figure che hanno favorito questo avvento.  

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