Il dubbio

Il dubbio di Giuseppe, tempera su tavola XV secoloCon la morte di Bacone il pensiero filosofico si affaccia al Seicento e inizia a farsi strada una visione razionalistica della realtà, già anticipata da Bacone, quando sosteneva che l'interpretazione della natura deve addentrarsi con metodo e ordine nell'esperienza. La filosofia cartesiana non risponde solo ad esigenze speculative, ma anche pratiche e quindi per fungere da guida all'uomo nel mondo è necessario che essa proceda secondo regole precise (metodo) e con rigore, quello proprio della scienza matematica. Con la pubblicazione nel 1637 del Discorso sul metodo Cartesio si inseriva in quel dibattito alle origini della rivoluzione scientifica moderna che aveva visto già in Bacone o nello stesso Galilei suoi fedeli predecessori, in linea con un pensiero di rifiuto della vecchia logica aristotelica. L'aspirazione ad un nuovo sapere si realizza in Cartesio innanzitutto con la ricerca di un metodo sicuro ed evidente che sia alla base di ogni branca del sapere umano. “Come uomo che cammina da solo e nelle tenebre”, Cartesio si interroga sulla rilevanza che noi, in quanto esseri umani, diamo alle nostre conoscenze e alla sicurezza con cui ostentiamo verità già consolidate da pensatori di ieri e di oggi che riguardano il mondo che ci circonda. Su che cosa si fonda questa nostra convinzione di possedere delle certezze o dei principi evidenti per quanto riguarda il nostro campo del sapere, o un sicuro criterio per distinguere il vero dal falso, che ci sia utile poi nella vita? Quando Cartesio uscì dalla scuola gesuita di La Flèche, sembrava ancora alla ricerca di qualcosa che lì non aveva trovato, un bisogno di orientamento teoretico e pratico che si sarebbe realizzato nella ricerca di un criterio che lo aiutasse non solo a distinguere il vero dal falso, ma che fosse anche di una qualche utilità pratica e di vantaggio nella vita dell'uomo. Nelle scienze matematiche aveva trovato un sicuro appiglio proprio perché in esse quel metodo era già presente. Si trattava semplicemente di astrarlo e applicarlo a tutti gli altri rami del sapere. Ma non era solo questo. Si trattava anche di giustificare questo metodo e la possibilità di una sua universale applicazione, attraverso una ricerca metafisica del suo valore assoluto e universale.
Il metodo, come sicura guida di ricerca in tutte le scienze, aveva bisogno di un fondamento che fosse anche la sua giustificazione e per far questo era necessaria una critica radicale di tutto il sapere già dato. Mai il dubbio aveva avuto una così forte potenza costruttiva, mai dietro il dubbio si era nascosta una così perspicace ricerca metodica della verità.
Cartesio ritenne che nessuna forma di conoscenza poteva sottrarsi al dubbio. Si doveva dubitare delle conoscenze sensibili in primo luogo, poiché non solo i sensi a volte sono ingannevoli, ma anche perché a volte durante i sogni si hanno conoscenze simili a quelle che si hanno durante la veglia, senza che si possa trovare un criterio per distinguerle. Ma anche conoscenze certe sia nei sogni che in veglia, come quelle matematiche, non potevano essere esentate dall'essere ingannevoli. Fino a prova contraria, quindi, anche le conoscenze più evidenti potevano essere soggette al dubbio che, ora, come un iperbole, si era esteso ad ogni cosa e diventato universale, come se un genio maligno si beasse nel trarci in inganno e farci apparire evidenti verità che in realtà sono false.
La radicalità del dubbio mostra però, come dicevamo prima, un primo spiraglio di certezza che si insinua con forza nella riflessione e ne attutisce la sua apparente, iniziale decostruttività. Posso ingannarmi certo sul fatto che un pezzo di legno grezzo non sia tale, ma per ingannarmi o essere ingannato da questo pezzo di legno (o da qualsiasi altra cosa) devo prima esistere. È questa quindi la condizione necessaria e insieme la proposizione che giustifica il metodo: può dubitare solamente chi esiste. In che modo però noi esistiamo? Non certo come corpi, visto che intorno ai corpi permane ancora il mio dubbio e quindi ancora nulla di vero sappiamo sul loro conto, ma come soggetti che dubitano, ovvero pensano. La certezza del mio esistere riguarda tutte le determinazioni del mio pensiero come il negare, l'affermare, il capire, il dubitare, ma non le cose pensate, sentite o immaginate che possono essere fino a prova contraria soggette al dubbio. Il principio su cui si fonda il metodo cartesiano e su cui trova giustificazione si è ormai definito, ripetendosi il medesimo orizzonte di pensiero che si era trovato in autori medievali, ma il principio del soggetto pensante come il ritorno nell'interiorità dell'uomo non aveva altro scopo che fornirgli solide basi per la sua conoscenza e garantirgli così l'efficacia dell'azione di dominio sul mondo.
“Ma che cosa, dunque, sono io? Una cosa che pensa. E che cos'è una cosa che pensa? È una cosa che dubita, che concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina anche, e che sente… […]”(Meditazioni metafisiche).
Il principio del cogito tuttavia non garantiva anche le esistenze fuori dal dominio dello spirito umano. Su di esse gravava ancora l'azione del genio maligno. Il punto di riflessione ora era se al nostro pensiero, in particolare alle nostre idee, oggetto interno del pensiero, corrispondesse qualcosa all'esterno, ovvero se le idee, oltre ad avere un realtà soggettiva, cioè essere atti del pensiero, potevano avere anche una realtà obiettiva fuori di noi e quindi essere rappresentazione delle cose reali. E se così, come si sarebbe potuto stabilire la loro veridicità?

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