Il Dio di Cartesio

< Come può l’uomo avere la certezza che un qualsiasi oggetto fuori del proprio pensiero, come una mela, possa esistere? Che cosa consente il passaggio veritiero dall’idea di una mela alla mela esistente? Cartesio cerca di rispondere al quesito attraverso un’idea in particolare che non può essere portatrice di menzogna.

 

 

Come abbiamo sottolineato l'ultima volta, il principio del cogito individuato da Cartesio non garantisce la veridicità esistenziale di tutto ciò che fa parte dell’esperienza umana. Avevamo infatti formulato la questione in questi termini: le idee presenti nella mente sono pure determinazioni del pensiero o corrisponde qualcosa ad esse fuori di me? E se sì, in che modo l'uomo riesce a garantirne la veridicità? Cartesio cerca di superare questa impasse dividendo le nostre idee a seconda della loro natura: esse possono essere innate in me, oppure provenire dall'esterno della mia mente (avventizie), oppure create da noi stessi (fattizie). Se alla prima categoria corrisponde la stessa capacità di pensare dell'uomo quale res cogitans, alla seconda appartengono le idee delle cose naturali, mentre alla terza le chimeriche invenzioni del nostro pensiero. Per scoprire se effettivamente ad esse corrisponde una realtà esterna al pensiero, Cartesio ne individua le possibili cause, attraverso un ragionamento per gradi di perfezione. Infatti le idee di altri uomini o di cose naturali non contengono nulla di così perfetto che non possa essere prodotto da me. La causa di un'idea, infatti, deve contenere almeno tanta perfezione quant'è quella dell'idea che rappresenta. C'è in effetti un'idea, che ha percorso in un lungo e in largo gran parte della storia del pensiero filosofico antico e moderno, di cui non può essere l'uomo la causa: l'idea di Dio, poiché una sostanza finita com'è l'uomo non può essere la causa dell'idea di una sostanza infinita. Per il ragionamento fatto in precedenza quindi deve esserci una sostanza infinita che deve essere ammessa come esistente. A questa prima prova dell'esistenza di Dio ne segue un'altra che verte sempre sulla contrapposizione qualitativa finito-infinito: essendo l'uomo un essere imperfetto lacerato dal dubbio esistenziale, se fosse causa di sé stesso si sarebbe attribuito tutte le perfezioni che concepisce e che sono proprie dell'idea di Dio.
È quindi evidente che l'uomo è stato creato finito pur con l'idea dell'infinito.
La terza prova che Cartesio adduce è la classica prova ontologica medievale, secondo la quale non è possibile concepire Dio come essere perfetto senza ammettere la sua esistenza proprio perché essa necessariamente è una delle sue perfezioni. Inoltre la sua esistenza è richiesta da un processo di creazione continua della durata della vita di un uomo: se l'uomo non è causa di sé stesso e quindi ha una causa al di fuori di sé, qualora venga meno quella causa, egli cesserebbe di esistere, proprio perché la sua causa lo ricrea continuamente. Una volta stabilita e riconosciuta l'esistenza di Dio, Cartesio trova nella sua perfezione la garanzia delle conoscenza umana. L'ombra del genio maligno sembra scomparire di fronte all'esistenza di una sostanza perfetta che non può ingannarmi. Da questo momento in poi tutto ciò che appare chiaro ed evidente all’uomo deve essere vero, in virtù del fatto che è Dio stesso a garantirlo. Dio quindi si configura come quell'elemento intermedio che ci permette di passare dalla certezza del proprio io come res cogitans alla certezza di tutte le altre evidenze fuori di me che non sono res cogitans.
Che i migliori ingegni vi riflettano pure quanto vogliono: quanto a me non credo che possan mai trovare ragione sufficiente per eliminare tale dubbio, se non presuppongono l'esistenza di Dio.
In primo luogo infatti, quella stessa affermazione che poc'anzai ho assunto come regola, cioè che son vere tutte le cose che concepiamo in modo del tutto chiaro e distinto, è certa solo in quanto Dio è o esiste ed è un essere perfetto e tutto quanto è in noi viene da lui. Ne consegue che le nostre idee o nozioni, essendo cose reali e provenienti da Dio, in tutto quello che hanno di chiaro e distinto non possono essere che vere. Di modo che, se abbastanza spesso ne professiamo alcune che contengono il falso, deve trattarsi solo di quelle che presentano aspetti confusi ed oscuri giacchè in ciò partecipano del nulla, cioè tali idee sono in noi così confuse solo perché non siamo del tutto perfetti” .
Da cosa deriva l'errore se Dio stesso si pone come garante della nostra conoscenza? Per Cartesio esso è concausato dalla natura dell'intelletto e dalla volontà. Essendo l'intelletto umano limitato per natura, non riesce a controllare completamente la volontà che invece è libera e come tale può assecondare o contrariare sia ciò che l'intelletto presenta in modo chiaro ed evidente, sia ciò che invece appare indistinto, confuso. È il libero arbitrio in ultima istanza a far vacillare le certezze dell'uomo. Quello che l'uomo può fare è attenersi al principio dell'evidenza, che consente di eliminare il dubbio che era stato avanzato precedentemente sull'esistenza delle cose corporee, e portare alla certezza dell'esistenza di Dio come giustificazione metafisica della conoscenza del mondo.

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