Il solitario di Port Royal

incisione dell'abbazia di port royalDopo l’iperbole razionalistica cartesiana si ebbe una decisa curvatura esistenziale del pensiero con Blaise Pascal. Matematico e fisico sperimentale, visse in un momento di profondo dissidio tra ragione e fede, tipico del periodo riformato. L’uomo era il più debole delle creature, era come una pianta, fragile ma pensante. La fragilità umana viene portata al centro dell’analisi filosofica di Pascal, che pur non rifiutando completamente il metodo razionalistico del dominio della scienza, riconosce l’impotenza e l’incapacità della ragione di cogliere in toto il senso della vita e della realtà. Soltanto il cristianesimo rende comprensibile ogni cosa a quel mostro incomprensibile che è l’uomo. Si, ma quale cristianesimo? La riforma protestante, attraverso soprattutto Lutero e Calvino, aveva provocato una frattura difficilmente rimarginabile nella società cinquecentesca, ma un ritorno al rigorismo e alle dottrine di Agostino, specialmente quella della grazia, sembrava essere nella prima meta del XVII secolo l’unica soluzione per poter riavvicinare cattolicesimo e calvinismo. Pascal conobbe presto nella vita la chiamata religiosa, quasi un fulmine a ciel sereno per un uomo di scienza, che aveva inventato a diciotto anni una macchina calcolatrice, ma nonostante tutto anche successivamente, quando entrò tra i solitari di Port Royal il suo amore per la scienza non lo abbandonò, ma restò vivo anche se l’illuminazione che trovò e di cui ci rimane come testimonianza uno scritto trovato dopo la sua morte e cucito nel vestito, lo cambiò radicalmente: “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e degli scienziati. Certezza, certezza, sentimento, gioia, pace. Dio di Gesù Cristo”. La comunità religiosa di Port Royal seguiva strettamente i dettami dell’Augustinus di Giansenio, che rappresentava un tentativo di riforma cattolica mediante un ritorno alle tesi fondamentali di Sant’Agostino . Giansenio, teologo e vescovo cattolico olandese, intraprese un cammino irto di ostacoli predicando il ritorno alla semplicità delle origini in fatto di liturgia e dottrina, poiché si poneva, su alcuni punti, in netto contrasto con le posizioni gesuitiche: Giansenio infatti, ritornando ad Agostino, sosteneva come l’uomo fosse irrimediabilmente corrotto in seguito al peccato originale, solo la grazia divina poteva redimerlo, ma questa non era elargita gratuitamente da Dio ma riservata solo a pochi eletti. La rilassatezza dottrinale e morale dei Gesuiti, nel tentativo anche di far proselitismi e attirare sempre nuovi adepti, sulla scia del molinismo, sosteneva invece che la grazia era sempre a portata dell’uomo, il quale se dotato di buona volontà e conforme al senso della Chiesa, possedeva la grazia sufficiente per essere salvato. Il rigorismo morale e religioso giansenitico era alieno da compromessi, per questo conobbe varie volte la condanna come eresia dalla Chiesa cattolica. Nella dottrina giansenitica l’uomo non era libero, il peccato originale aveva annullato la grazia posseduta alle origini e l’uomo si trovava ora nella condizione di non poter non peccare. Tra i due punti di vista opposti, quindi, da una parte Calvino e Lutero, dall’altra il gesuita spagnolo Molina, si inseriscono, per Pascal, le parole di Agostino, per cui le nostre azioni sono tali in virtù del libero arbitrio che le produce, ma sono anche di Dio, a causa della sua grazia, la quale fa sì che il nostro arbitrio le produca. Così Dio, come Agostino dice, ci fa fare ciò che più gli piace, anche se noi non lo vorremmo affatto. E questo per Pascal era il vero spirito del giansenismo.
Le parole di Pascal, raccolte dai suoi amici di Port Royal e pubblicate postume con il titolo di Pensées (Pensieri), sono spesso enigmatiche, il suo scrivere è uno scrivere per aforismi, in cui egli si interroga su una questione che egli ritiene della massima importanza ma che evidentemente è spesso trascurata dagli uomini impegnati e assorbiti dalle vanità sociali: il problema di ciò che l’uomo è a sé stesso. E su questo Pascal non trascura di sottolineare lo scacco della scienza e della filosofia di fronte all’esistenza umana, a cui può fornire una risposta adeguata e ragionevole solo il cristianesimo, mostrando come non ci sia alcuna possibilità di soluzione al di fuori della fede. Tutto ciò che si allontana da questo problema per l’uomo è semplice libido sciendi, inutile curiosità.
L’atteggiamento dell’uomo di fronte ai problemi esistenziali d’altronde è quello del divertissement: la debolezza dell’uomo si manifesta nella sua incapacità di evitare di farsi assorbire dalla molteplicità delle attività quotidiane e dagli interessi sociali. Questa sua incapacità è allo stesso tempo un allontanamento da sé, una fuga da ciò che siamo realmente, dalla nostra infelicità costitutiva e dagli interrogativi riguardo la vita e la morte. Come scrive Pascal, “gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, …., hanno creduto meglio , per essere felici, di non pensarci.”(Pensieri)
Le occupazioni quotidiane dell’uomo lo tengono lontano dalla considerazione di sé e della sua condizione. Se si abbandonasse a sé stesso, se fosse in pieno riposo sociale, si accorgerebbe che l’abbandono, l’insufficienza, l’impotenza dominano la sua esistenza. L’uomo invece volta le spalle alla propria condizione, chiude gli occhi di fronte alla propria miseria. Ma il divertimento, essendo una continua fuga, non ci procura certo appagamento, ma ci rende col tempo sempre più afflitti, dimostrando come ciò che può consolarlo delle sue miserie è la più grande delle sue miserie, l’accettazione della propria condizione. Comodo all’uomo il divertimento perché attraverso esso fugge dalla noia e arriva direttamente e insensibilmente alla morte, non ricerca mai le cose, ma ricerca la ricerca delle cose che non lo facciano pensare a ciò che realmente è ma che si ostina a rifiutare, in una continua attesa del futuro.

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