I limiti del sapere umano

Il bisogno di orientamento avvertito già da Cartesio, che aveva teorizzato allora un metodo valido in ambito teoretico e pratico in grado di volgere il mondo a vantaggio dell'uomo, si avverte anche in Pascal, ma nella consapevolezza che non esiste alcun metodo scientifico per comprendere la dimensione esistenziale e fornire utili risposte all'uomo. La curvatura radicale del pensiero pascaliano evidenzia non solo evidenti limiti della scienza, come l'esperienza, che mostra come la ragione debba confrontarsi continuamente con la realtà e non chiudersi in chimeriche e aprioristiche deduzioni come aveva fatto Cartesio, o l'indimostrabilità dei suoi stessi primi principi, visto che non è mai possibile una regressione all'infinito dei concetti ma è necessario stabilire dei termini primi dai quali far partire tutta la catena deduttiva, ma anche, come dicevamo prima, la sua totale incapacità nello schematizzare la profonda angoscia esistenziale dell'uomo. Alla ragione scientifica Pascal oppone il cuore. Allo spirito di geometria lo spirito di finezza. Alla comprensione dimostrativa quella istintiva. Lo spirito di geometria ha per oggetto le realtà fisiche o gli enti astratti della matematica e procede per dimostrazione. Lo spirito di finezza invece coglie col cuore d'un solo colpo, senza passare attraverso il ragionamento discorsivo, il proprio oggetto, l’uomo, di fronte al quale la scienza si viene a trovare nella stessa situazione della mentalità comune del divertissement. Prima di Pascal la scienza poteva davvero essere considerata il bene più prezioso a disposizione dell'uomo, uno scrigno per dominare il mondo quale possessore della natura. Ma ora non s'ode più l'eco dell'esattezza dei suoi risultati, ma l'eloquenza del suo silenzio di fronte all’essere umano: “Vanità delle scienze. Nei giorni di afflizione, la scienza delle cose esteriori non varrà a consolarmi dell'ignoranza della morale, ma la conoscenza di questa mi consolerà sempre dall'ignoranza del mondo esteriore” (Pensieri, 67).
Di fronte all'incapacità della scienza di porre l'uomo di fronte all'uomo medesimo, si erge la nobiltà della filosofia, una nobiltà tuttavia vana visto che essa si pone le massime questioni esistenziali e metafisiche senza però risolverle. Per secoli l'uomo ha speculato sull'essere e ha vanamente cercato di dimostrare l'esistenza di Dio. Non solo le prove di Dio non sono autentiche (la loro autenticità è valida per chi già crede che il mondo sia opera divina) ma hanno condotto ad un Dio puramente astratto, un “Dio dei filosofi e degli scienziati”, un ente di ragione lontano dai bisogni metafisici dell'uomo, in Cartesio una semplice variabile di sistema utile fino ad un certo punto: “Non posso perdonarlo a Descartes. Avrebbe pur voluto, in tutta la sua filosofia (naturale), poter fare a meno di Dio, ma non ha potuto esimersi dal fargli dare un colpetto per mettere in movimento il mondo: dopo di che, non sa che farsi di lui”. (Pensieri, 77).
La filosofia, incapace di risolvere la questione di Dio, si dimostra tale anche per quanto riguarda l'uomo e la sua particolare condizione mediana tra il tutto e il nulla, tra l'essere e il non essere, una condizione non solo ontologica ma anche gnoseologica: l'uomo non è così ignorante da non sapere nulla ma non è nemmeno così dotto da conoscere ogni cosa; pur avendo un illimitato desiderio di conoscere, si trova nell'impossibilità di cogliere l'inizio e la fine delle cose, così come la scienza che non è mai comprensione totale. All'uomo fuggono gli estremi dell'essere e della conoscenza, ma succede la medesima cosa nel perseguire la felicità e il bene: egli si propone il bene senza realizzarlo, si propone la felicità senza ottenerla. La medianità raggiunge così ogni aspetto dell'esistenza umana e crea un vuoto apparentemente incolmabile tra ciò a cui aspira e ciò che è, una miseria costitutiva che lo pone in dissidio con sé stesso. Tuttavia, il desiderio verso la verità assoluta, la nostalgia di un bene totale, è prova di un'intrinseca inclinazione verso un ordine superiore, una fiaccola di nobiltà che illumina la deprecabile condizione umana e che mai si spegne; un misto di miseria e grandezza, l'uomo, che fa di lui un essere paradossale e incomprensibile di fronte a sé stesso. Questa duplicità è imprescindibile per districarsi nella questione uomo e ogni tentativo così per elevare un aspetto a discapito dell'altro risulta inutile e fallimentare.
L'uomo è definibile in Pascal solamente come mostro incomprensibile, ma l'errore della filosofia nei secoli, per Pascal, è stata proprio questa ingenua ostinazione nel voler comprendere l'uomo nella sua unicità, nella sua grandezza o nella sua miseria, com'è accaduto con i dogmatici o con gli scettici. Come se tutto ciò non bastasse la filosofia si mostra fallimentare anche per quello che riguarda i principi morali e politici. Mai l'uomo è riuscito a realizzare sulla base della sola ragione un’etica immutabile e ha finito per cadere inevitabilmente nello scetticismo. Per alcuni filosofi il sommo bene è nel piacere, per altri nella virtù, per altri nella contemplazione, per altri ancora nella natura. E’ inevitabile quindi per la ragione elaborare regole comportamentali mutevoli e scambiare ciò che è relativo per assoluto, ciò che è convenzione per legge, ciò che è interesse per giustizia. Come uscire allora da questo labirinto?

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