Spinoza, maestro di virtù

L'uomo non rappresenta più alcuna eccezione alla regola, come tutte le creature viventi risponde alle leggi della natura e al determinismo qui vigente. Non è più ammissibile che “l'uomo sconvolga l'ordine della Natura, piú che seguirlo, e che abbia sulle proprie azioni un potere assoluto, e che non sia determinato da altro che da se stesso”. Oramai ha perso lo status ontologicamente privilegiato di “impero nell'impero della Natura”. Ciò che lo accomuna a tutte le altre creature è lo sforzo a conservarsi nel proprio essere, perseguendo l'utile. Ogni essere vivente è retto dal principio dell'autoconservazione, dallo sforzo di raggiungere il bene, che non è più un'entità ontologica a sé stante ma rappresenta ciò che giova all'essere e che lo fa passare attraverso varie perfezioni al grado supremo, “l'amore intellettuale di Dio”. Ma come con il bene, generato dalla Laetitia ( il passaggio da una perfezione minore ad una maggiore), così l'uomo può anche discendere questa scala e passare da una perfezione maggiore ad una minore (Tristitia), ostacolando ciò che più giova al suo essere. D'altronde l'uomo è e rimane, anche in Spinoza, un miscuglio di ragione e passione, una commistione che assume l'aspetto di un appetito, una ricerca dell'utile e del giovamento sia per la mente che per il corpo.
Lo sforzo all'autoconservazione rappresenta l'ultimo scoglio da affrontare per liberarsi del determinismo naturale, ma questo, come Spinoza ben comprende, è impossibile. Il libero arbitrio di cui ha vagheggiato la filosofia precedente era un'illusione ben costruita che non aveva nulla a che fare con la realtà, si rifiutava di vedere quale era la reale condizione dell'uomo nel mondo: gli uomini si credono liberi perché confidano nell'illimitato potere di desiderare e bramare, ma ignorano, appunta Spinoza, le reali cause di quel desiderare e di quel bramare. Tuttavia Spinoza si interroga se sia mai possibile per l'uomo pregustare il sapore della libertà, senza evadere dai confini segnati dal determinismo. In effetti c'è un'uscita da questo dedalo, dipende solo dalla maniera in cui l'uomo vive o dirige il proprio sforzo all'autoconservazione. Non esiste una via univoca, l'uomo rimane passione e ragione. Se fosse solo passione, infatti, non sarebbe mai libero, sempre in balia di forze esterne, che sconquasserebbero il suo essere e lo manovrerebbero come i burattinai con i loro burattini, vincolati mani e piedi. Ma l'uomo può scegliere, e solo in questo caso, di non vivere passivamente questo sforzo ma dirigerlo in maniera consapevole e cosciente, cercando quindi di essere agente di atti saggi, ponderati. In che maniera? L'uomo agisce sempre e comunque in vista dell'utile, e in questo il determinismo è lampante. Ma qui si aprono due strade: se vivere e agire in vista dell'utile in maniera passiva e quindi istintiva, schiavo delle passioni, oppure agire in maniera intelligente e consapevole. Una libertà dunque che vive nei termini del determinismo. Sembrerebbe a prima vista un paradosso, un tentativo ben congegnato di schernire il già tanto provato essere dell'uomo, ma questa è l'unica strada ed escamotage che permette all'essere umano di vivere secondo virtù. Un'etica originale quella spinoziana, in cui l'essere virtuosi non si allontana asceticamente dall'esistenza nel mondo, ma corrisponde al mettere in atto un calcolo dell'agire che considera rettamente l'utile, in vista della miglior forma di sopravvivenza possibile. In questo calcolo la ragione filtra gli affetti, al fine di scorgere quali di essi rispondano ad essa, e quali invece la ostacolino. Vi sono molti affetti che sono sempre buoni per l'uomo come la letizia, altri invece che sono di per sé cattivi come l'odio o la tristezza, ma altri invece, come l'amore o il desiderio, che sono buoni o cattivi a seconda della loro misura. La ragione, facendosi essa stessa emozione, elimina e filtra ogni affetto potenzialmente dannoso e distruttivo alla ricerca dell'utile per l'uomo, non combatte quindi l'odio con l'odio, ma con l'affetto contrario e più potente: “un affetto non può essere ostacolato né tolto da un affetto contrario e più forte dell'affetto da ostacolare” (Etica, IV, 7). È importante sottolineare comunque quanto questa ricerca dell'utile, condotta dalla ragione nel perseguimento della virtù, non sia letta in chiave individualistica da Spinoza ma collettiva, dal momento che l'uomo, l'uomo morale in particolare, è e rimane un essere sociale e la ragione considera più facile per l'uomo, al fine di perseguire l'utile, unirsi ai propri simili. L'essere virtuosi e liberi dalle passioni non costituisce però ancora l'ultimo gradino di realizzazione esistenziale dell'essere umano, che si ha solamente quando egli riuscirà a scorgere e contemplare, dietro la cortina delle apparenze, il Dio-Natura, ciò che Spinoza chiama l'amore intellettuale di Dio.
Ai due modi di perseguire l'utile infatti corrispondono due livelli gnoseologici: uno dettato dalle passioni, in cui l'uomo è portato a vedere la realtà in maniera slegata e molteplice, senza trovarne un nesso di causa, una visione prescientifica dunque che rappresenta le cose all'uomo in maniera evidentemente confusa, percependole isolatamente o affibbiando loro nomi comuni (universali) come uomo o cane; l'altro livello di conoscenza invece scaturisce direttamente dalla ragione e trova la sua più compiuta realizzazione nella scienza. Le cose vengono collegate tra loro in un rapporto di causa effetto all'interno di un ordine necessario. È il vivere secondo virtù. Ma al di sopra dell'intuizione e della connessione causa effetto, si eleva un diverso ordine di cose, una suprema intuizione che coglie l'intimo legame con la Sostanza, dove l'Uno è nei molti e i molti nell'Uno, l'intelletto riesce qui a squarciare il velo dell'apparente molteplicità del reale e coglierlo con sguardo eterno. È un gioco di specchi che si prende miseramente gioco dell'uomo ma se quest'ultimo indaga profondamente le regole di questo gioco, s'accorge come in realtà il molteplice non esiste giacché la molteplicità è solo l'insieme dei modi dell'unica sostanza; il contingente, ovvero ciò di cui ignoriamo le cause, è solo un'illusione dietro cui si nasconde ciò che è necessario, e l'ordine temporale, infine, si rivela come una assai convincente manifestazione di un piano metatemporale. Una volta colto l'ordine dietro la fitta coltre del contingente, l'uomo s'accorge essere manifestazione transeunte di un ordine necessario e contempla con beatitudine il Tutto, il Dio-Natura, la Sostanza, nella sua inesplicabile grandezza.

Immaginesopra: E. Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830

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