Leibniz: un pensiero sui generis

I termini dell'analisi di Spinoza sull'ordine di una realtà panteistica intesa come Dio-Natura trovano una radicale troncatura nel pensiero immediatamente successivo di Gottfried Wilhelm Leibniz. È indiscutibile che ci sia un'ordine, “nulla accade nel mondo che sia assolutamente irregolare”, appunta il filosofo, ma ordine non è sinonimo di necessità. Se si scruta infatti la natura di quell'ordine, ecco che le soluzioni si diramano. Leibniz intravede la possibilità di un superamento di quel sistema geometricamente determinato professato da Spinoza. È possibile infatti pensare ad un meccanicismo non così rigidamente concepito che lasci spazio ad una causa finale, inquadrando cioè quell'ordine come una libera creazione di Dio. Il panteismo spinoziano del Dio-Natura che riassume in sé stesso un ordine univoco e necessario lascia il posto ad un ordine contingente frutto di una libera scelta di Dio tra quelli possibili dell'universo, in cui cioè non solo la scelta (divina ma anche e soprattutto umana) non logora l'intera impalcatura del pensiero filosofico e metafisico, ma anzi lo rende suscettibile di cambiamento. Come ribadito all'inizio, un ordine contingente è possibile, senza necessità di sorta, poiché la necessità riguarda solamente il mondo della logica, non quello reale. E anche a livello della conoscenza il punto di arrivo di Leibniz è il medesimo: da una parte esistono verità necessarie, eterne, di ragione, infallibili, tautologiche, identiche a sé stesse, che si fondano sul principio di identità e non contraddizione, dicono cioè di ogni cosa qual essa è, ma si rivelano sterili dal punto di vista conoscitivo, poiché nulla affermano circa la realtà di fatto, sono proposizioni in cui il predicato non aggiunge nulla di nuovo al soggetto. L'esistenza delle verità di ragione tuttavia sbilancia Leibniz verso l'accettazione di un certo innatismo di matrice platonica: la mente umana non è una tabula rasa puramente ricettiva, come sostenevano gli empiristi, in primis John Locke, dal momento che possiede in sé una serie di cognizioni innate. Ma il suo è un innatismo un po’ sui generis: le idee innate non sono subito chiare e distinte nella mente umana ma costituiscono un patrimonio potenziale o virtuale. Più che una tabula rasa la mente umana appare un blocco di marmo le cui venature anticipano l'immagine che è già presente nel blocco ma ancora in potenza. Le idee innate han bisogno però dell'esperienza per poter uscire dall'ambito della possibilità, l'esperienza sollecita la nostra mente e la rende consapevole di ciò che è già presente in lei, ma solo virtualmente: “L'esperienza è necessaria, lo ammetto, affinché l'anima sia determinata a tali o a tal'altri pensieri, e affinché presti attenzione alle idee che sono in noi” (Nuovi Saggi sull'intelletto umano, II, I).
Pertanto, con questo innatismo virtuale, Leibniz prende le distanze dall'empirismo, le cui linee analizzeremo in seguito, e si avvicina pericolosamente, in un certo senso, al criticismo kantiano: così come l'intelletto in Kant, anche in Leibniz la ragione dispone di nozioni o categorie completamente indipendenti rispetto all'esperienza.
Accanto a queste verità, come dicevamo prima, vi sono quelle di fatto che invece, in quanto a posteriori, si fondano interamente sull'esperienza, cioè su quello che Leibniz chiama il principio di ragion sufficiente, che permette alle realtà esperienziali di legarsi tra loro ma non in maniera necessariamente concatenata. Le verità contingenti non sono desunte a priori come quelle di ragione e quindi non posseggono quella matematica infallibilità che contraddistingue queste, ma ci forniscono una ragione sufficiente di un determinato fatto, del perché esiste ed è in una certa maniera, piuttosto che non esistere o di essere in modo diverso. Le verità di fatto spiegano senza necessitare, poiché consapevoli che un fatto avrebbe potuto realizzarsi in un modo diverso, dal momento che sono proposizioni che non sono rette dal principio di identità e non contraddizione e quindi ammettono il loro contrario. A conti fatti, va anche bene la distinzione tra verità di ragione e verità di fatto, ma per quanto riguarda le prime, si domanda l'empirista Locke, com'è possibile affermare che una verità è innata (presente nella mente) senza che la mente ne sia consapevole? Questo vuol dire pensare a qualcosa senza esserne minimamente coscienti? La risposta si riassume in una parola: appercezione.  
L'anima umana pensa sempre, afferma Leibniz, ma a volte in maniera consapevole, altre in maniera inconscia. Avere la percezione di un'idea non significa averne l'appercezione, cioè essere coscienti di avere quell'idea.Ecco che la conoscenza consiste proprio in questo, nel portare a chiarezza o in atto ciò che è oscuro e confuso, ovvero in potenza: “ Vi sono mille indizi che fanno concludere che c'è in noi ad ogni momento una infinità di percezioni, senza appercezione però, e senza riflessione; vale a dire mutamenti nell'anima stessa che noi non appercepiamo, perché queste impressioni sono o troppo piccole, e in numero troppo elevato, o troppo unite…”(Nuovi saggi sull'intelletto umano, Prefazione).



Immagine sopra: Particolare di  Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri,1797

Contatti

+039 0516951101
 
redazione@ilcastellano.net

 

 

        Coming soon

 

I contenuti pubblicati in queste pagine sono protetti dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d'autore, legge 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni.
È vietata per qualsiasi fine o utilizzo, la riproduzione integrale su internet e su qualsiasi altro supporto cartaceo e/o digitale senza la preventiva autorizzazione.
Immagini, grafici e testi, in originale, riprodotti o tradotti, appartengono ai rispettivi proprietari.

Newsletter

Mantieniti in contatto con noi. Vuoi rimanere aggiornato sulle offerte e novità de il Castellano.net? Iscriviti alla nostra newsletter!