Specchi dell'universo

Il concetto di sostanza non è estraneo nemmeno alla filosofia di Leibniz. Anzi, consapevole di esser erede di una certa tradizione, in lui confluiscono motivi vicini all'atomismo e alla  più recente sostanza cartesiana, ma ciò che caratterizza questa ripresa dell'antico è un dinamismo tutto nuovo. Il concetto di movimento, ad esempio, richiama indiscutibilmente ad atomisti quali Democrito o Leucippo, così come la sostanza quale essere, uno e immutabile, fa eco della scuola eleatica. In Leibniz però il movimento può essere spiegato solamente attraverso l'esistenza di più sostanze, ognuna delle quali è forza. Esse non sono estese, quindi, contro gli atomisti, non sono qualcosa di meramente materiale; inoltre, non sono statiche come l’essere parmenideo, ma dinamiche, attive. All'atomismo Leibniz aveva rinunciato quando giunse a formulare quella che è chiamata legge di continuità: la natura cioè non opera mai salti, per passare da un grado all'altro bisogna attraversare infiniti passaggi e quindi il processo di divisione della materia non può arrestarsi a elementi indivisibili come gli atomi ma deve procedere all'infinito. In seguito, abbandonò anche l'idea che movimento ed estensione costituissero gli elementi originari del mondo fisico, sostituendoli con la forza. La forza è la vera realtà del movimento e ciò che sottende anche al meccanicismo cartesiano, i principi stessi della meccanica sono un'estensione di qualcosa che va al di là della geometria e cade inevitabilmente nella metafisica. Pur distinguendo in forza passiva che costituisce la massa corporea e la forza attiva, che è la vera e propria forza e motore dell'azione, abbandona ben presto l'impalcatura che Cartesio aveva costruito nel distinguere una sostanza extensa e una cogitans. Non esistono in realtà estensione o corporeità, tutto si riduce alla forza, tutto è spirito. Unico è quindi l'elemento che viene a comporre il mondo metafisico ed esteso.
Il principio di ragion sufficiente, che abbiamo già visto essere fondamentale nel pensiero di Leibniz, lo porta a formulare nel 1686 un concetto cardine del suo impianto metafisico, quello di sostanza individuale. Secondo una distinzione già operata precedentemente, nelle verità di fatto, a differenza delle verità di ragione,  il predicato può anche essere diverso dal soggetto e perfino negato. Ma il soggetto deve però contenere la ragion sufficiente del suo predicato. Trattandosi di verità di fatto il soggetto è sempre esistente o reale, una sostanza che Leibniz chiama appunto sostanza individuale. Solo verso il 1696 comincia ad introdurre la parola monade, attraverso cui la realtà fisica si risolve in una incorporea. La monade infatti è un atomo spirituale, semplice, indivisibile, priva di estensione, come gli atomi di Democrito indistruttibile, soltanto Dio può crearla o annullarla. A differenza delle realtà corporee che si originano e periscono, esse in quanto sostanze semplici si aggregano per formare i corpi, che invece sono sostanze composte e possono quindi subire mutamenti per composizione o scomposizione. Le monadi non sono passive o soggette a trasformazioni dall'esterno; la loro natura è dinamica, esse stesse sono il principio del loro mutamento. Esse non possono nemmeno influenzarsi a vicenda perché sussistono esclusivamente come mondi chiusi, privi di finestre attraverso cui qualcosa possa entrare o uscire, in questo modo sono presenti le une alle altre solo sotto forma di rappresentazione, l'unico modo attraverso cui la molteplicità dell'universo possa essere presente in un'unità semplice e immateriale. Ognuna di esse così è uno specchio dell'universo, sia pur da un particolare punto di vista e, così come la nostra anima, anche la monade si rappresenta il mondo attraverso due attività fondamentali: la percezione e l'appetizione, cioè il tendere da una percezione all'altra. La percezione tuttavia non è identica per tutte le monadi e proprio sulla base di questa differenza si basa una loro prima classificazione. Nella scala gerarchica e qualitativa che le ordina anche Dio è una monade, ma anziché rappresentarsi un particolare punto di vista, Egli costituisce l'insieme di tutti i punti di vista sul mondo. In più le monadi create non si rappresentano l'universo con la stessa chiarezza di Dio: le percezioni delle monadi semplici sono sempre in qualche modo confuse, poi risalendo la scala la percezione diviene più chiara: troviamo infatti le monadi fornite di memoria che sono le anime degli animali, e poi quelle fornite di ragione che costituiscono gli spiriti umani.
Come abbiamo indicato in precedenza però, le monadi sono presenti anche nella materia. Leibniz infatti distingue tra una materia seconda e una materia prima. La materia seconda, che è quella che più ci interessa, è semplicemente un aggregato di monadi, come ad esempio il corpo degli animali o degli uomini. Questo aggregato viene poi diretto da una monade superiore, l'anima vera e propria. Ma nonostante tra il corpo e l'anima non vi sia una diversità sostanziale (perché tra le une e le altre monadi c'è solo una differenza nel grado di percezione, dato che le monadi superiori e più elevate che sono le anime, oltre a percepire, appercepiscono, cioè sono coscienti di percepire) tuttavia esse seguono strade soggette a leggi proprie. Entrano in gioco la meccanica da una parte e la finalità dall'altra. Ma se ognuno dei due segue leggi proprie senza che vi sia una benché minima influenza delle une sulle altre e viceversa, come è possibile intendere l'accordo tra anima e corpo? Com'è possibile che esse comunichino se precedentemente abbiamo affermato che le monadi sono come mondi a sé stanti, privi di finestre? È vero, le monadi sono chiuse in sé stesse, senza comunicazione tra l'una e l'altra.  Ma nello stesso tempo ognuna è legata all'altra, poiché costituisce un particolare aspetto del mondo, cioè una rappresentazione più o meno chiara di tutte le altre monadi. Ognuna rappresenta uno scorcio sull'universo, tutte insieme una veduta complessiva riassunta nella monade suprema che è Dio. Così il problema di comunicazione tra monadi viene a configurarsi nella forma medesima che aveva assunto nella filosofia cartesiana, il problema del rapporto tra anima e corpo.
Paragoniamo anima e corpo a due orologi. Che tipo di rapporti possono sussistere tra essi? Si può stabilire il loro accordo ammettendo un'influenza di uno sull'altro o viceversa, che urta però contro l'incomunicabilità delle monadi perché significherebbe ammettere un influsso reciproco tra le loro leggi. Il secondo rapporto tra i due orologi può sussistere nella forma dell'assistenza: due orologi anche cattivi possono essere tenuti in armonia tra loro da un abile orologiaio, un deus ex machina, che però porterebbe Dio ad intervenire in maniera diversa rispetto a tutti gli altri fatti naturali. La terza ipotesi si basa sul fatto che i due orologi siano stati costruiti con maestria in maniera tale che siano sempre in accordo e in armonia nel futuro: anima e corpo seguono ognuno le proprie leggi, ma l'accordo tra di loro è stato stabilito preventivamente da Dio all'atto della creazione.

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