Italia: l'antropologia del dopoguerra

  • Scritto da C.S
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Nel periodo posteriore alla prima guerra mondiale in Italia la tradizione antropologica si legò fortemente e venne influenzata dalla prospettiva diffusionista di area austro-tedesca di Frobenius, Graebner e Schmidt che, contrariamente agli evoluzionisti che trattavano di analogie culturali come prodotti di cause simili, introdussero gli elementi della diffusione, del contatto e dell’incorporazione dei tratti culturali. Si dovrà attendere però il 1940 perchè l’etnologia italiana produca una monografia nel senso usuale del termine. Vinigi Grottanelli infatti quell’anno pubblicò I Mao, uno studio su una popolazione che viveva ai confini dell'attuale Sudan, nell’estremo ovest dell'Etiopia. I Mao costituivano una dettagliata ricostruzione della cultura materiale, spirituale e dell'organizzazione di questi gruppi marginali dell’Etiopia che era diventata da poco una colonia italiana e quindi si sentiva fortemente lo spirito di  condurre una missione civilizzatrice in quei luoghi. Ma non molti anni prima, nel 1938, si tenne a Roma l’VIII Convegno Alessandro Volta, che segnò una virata negativa nel campo dell'antropologia ed etnologia in Italia, soprattutto per il carattere razzista a cui giunsero alcune delle riflessioni di antropologi presenti al Convegno. Lidio Cipriani, ad esempio, uno dei teorici della razza pura, nella sua relazione a proposito della politica coloniale da adottare in Africa, parlava di “un'inferiorità irriducibile nei sudditi di colore, connessa a cause razziali di cui sarebbe pericoloso contaminarsi” (Tomasello, 1984). Un punto di arresto e di arretramento, quindi, in un paese che già era indietro o comunque in lenta crescita dal punto di vista degli studi antropologici ed etnologici.

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