Proteggere o distruggere?

  • Scritto da C.S
  • Published in Antropologia
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Ci sono alcuni casi in cui la storia smette di essere magistra vitae e allora si finisce per commettere gli stessi errori del passato. Fin dopo il 1492, dopo che erano state abbattute le frontiere del nuovo mondo,  armi, cavalli e uomini sbarcarono in massa e in breve tempo gran parte dell'America centrale e meridionale vennero messe a ferro e fuoco, ma paradossalmente i danni più gravi vennero apportati dalle malattie che gli Europei imbarcarono inconsapevolmente insieme a loro dal Vecchio Mondo, come il vaiolo o la peste, e che sterminarono milioni di indigeni, che non avevano  gli anticorpi necessari per evitare questa falce sconosciuta. Non era qualcosa di cui preoccuparsi per i Conquistadores, ma un segno divino favorevole alla conquista.  Un nemico senza volto, dunque, che sventrò dal cuore della foresta l'anima pulsante di culture millenarie e inferse ferite le cui cicatrici sono ancora oggi evidenti, dopo più di 500 anni.  Devastazioni, sfruttamento, epidemie sembrano farsi sentire di nuovo, hanno cambiato volto ma il timbro della loro voce risulta così profondamente familiare agli indigeni. Oggi la politica dei governi e di deforestazione incontrollata di terre ammantate di sacralità minacciano seriamente la sopravvivenza di  varie popolazioni indigene. Su quale sia la soluzione migliore da adottare nel rispetto dei diritti e della dignità umana di questi popoli da tempo si dibatte: l'ennesima  pseudo soluzione-provocazione l'ha lanciata un editoriale molto discusso uscito poco tempo fa su Science dal titolo Protecting isolated tribes di Robert S. Walker e Kim R. Hill. La paradossalità della questione emerge dal fatto che, forse, proprio l'assoluto isolamento di molte di queste tribù dal resto del mondo risulti la minaccia principale alla loro sopravvivenza e che forse frequenti contatti preparati sarebbero la soluzione migliore per integrare queste comunità. Per molti antropologi l'incontro con la modernità di queste tribù purtroppo si è incamminato sulla strada dell'inevitabilità, la loro fragilità è evidente ora più che mai di fronte all'erosione progressiva della terra dei loro antenati per gomma o per legname o ai sempre più frequenti  incontri o scontri con visitatori occasionali come tagliaboschi, trafficanti di droga, turisti, o troupe televisive. Il loro isolamento dunque è qualcosa da proteggere e preservare con adeguate misure o, come verso una malattia, bisogna intervenire con il giusto antidoto nel rispetto di  norme più o meno etiche e umane?

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