Cleopatra VII Tea Filopatore

  • Scritto da Gabriele Galanti

IL POTERE FEMMINILE NELL’ANTICHITA’

La mostra apertasi recentemente a Roma nel Chiostro del Bramante e che resterà visibile fino all’inizio di febbraio 2014, mi dà modo di riflettere sulla vita della regina d’Egitto, Faraone prima col padre Tolomeo Aulete (“suonatore di flauto”) poi con il fratello-marito Tolomeo XIII poi con l’altro fratello Tolomeo XIV poi sola e infine col figlio Tolomeo Cesare detto Cesarione.

La vita di questa donna, morta suicida a soli 39 anni (69 a.C.-30 a.C.) è il vero simbolo del potere femminile nell’antichità.

Innumerevoli saggi, biografie, romanzi, pubblicazioni hanno narrato le vicende reali, romanzate o addirittura inventate della vita di Cleopatra; non è quindi semplice cercare, con un breve articolo, di incorniciare i fatti veramente significativi di una esistenza abbastanza breve, anche per quei tempi, ma estremamente ricca di esperienze e sempre presente nei momenti storici più importanti della sua epoca.

Inoltre grazie anche alla fama assegnatole dal “padre” Dante che la colloca nel girone dei lussuriosi, occorre far luce sulla sua vera indole.

Cleopatra che significa “gloria del padre”, è stato l’ultimo membro della Dinastia Tolemaica a regnare sull’Egitto, Dinastia che era iniziata con Tolomeo I Sotere, uno dei comandanti delle truppe di Alessandro Magno, a cui alla  morte del grande condottiero (323 a.C.) venne assegnato il governo dell’Egitto. La Dinastia Tolemaica (323 – 30 a.C.) regnò dunque per circa 300 anni: erano macedoni non di origine egizia anche se poi il matrimonio tra fratelli e sorelle (tradizione normalmente seguita) portò ad avere un albero genealogico estremamente complicato anche per l’uso ripetitivo degli stessi nomi sia per gli uomini che per le donne. Cleopatra era nata ad Alessandria probabilmente nel 69 a.C. da Tolomeo Aulete  e una delle varie concubine del Faraone. L’educazione della fanciulla fu ovviamente condizionata dalla posizione regale e dal rischioso ambiente della corte dove veleni, pugnali e silenziose scomparse senza lasciare traccia erano la consuetudine. Essendo dunque di origine macedone, anche Cleopatra venne istruita secondo la tradizione classica greca con in più a disposizione la già famosa Biblioteca e il   Museo, ricco di opere d’arte: molti studi e molta disciplina, molto Iliade ma anche molte lingue, scuola di retorica e di oratoria per controllare, convincere e tessere alleanze politiche indispensabili. Delle lingue si dice che ne padroneggiasse almeno sette, tra cui il demotico, la lingua popolare egizia, che le permetteva di dialogare con tutti i sudditi, funzionari, militari e amministratori senza ricorrere ad interpreti. Una preparazione al regno dunque non fatta di ozi e mollezze, come gli stereotipi artistici ci mostrano, ma di impegni quotidiani e di studi. Quando il padre muore (51 a.C.) lei ha solo 18 anni, ma deve regnare. Le sorelle più grandi Berenice IV e Cleopatra VI sono morte: la prima fatta uccidere dal padre perché aveva attentato al trono, la seconda avvelenata ( non sappiamo da chi) e così, con il titolo di Cleopatra VII sposa il fratello più piccolo Tolomeo XIII che aveva allora 10 anni e sale al trono. Deve cioè sottoporsi ad una serie infinita di riunioni, di udienze, dispensare la giustizia, presenziare alle interminabili processioni e manifestazioni religiose, gestire la complessissima amministrazione governativa, controllare e dare ordini ai generali degli eserciti,ricevere e trattare con i rappresentanti delle più importanti potenze straniere.

Ma, fin dall’inizio, Cleopatra deve anche difendere il potere dagli attacchi del fratello-marito che la vuole fare deporre ed esiliare da Alessandra. Cleopatra riesce a riunire un esercito ed iniziare così una guerra civile complicata anche dall’alleanza tra il fratello e una sorellastra, Arsinoe IV. A sistemare un  po’ le cose fu l’arrivo in Egitto di Pompeo Magno che, sconfitto a Farsalo, cercava lì rifugio dall’inseguimento di Cesare. Tolomeo, con l’intrigo e l’aiuto del consigliere eunuco Potino, attirò il grande generale in un tranello e lo fece pugnalare alle spalle; il cadavere fu decapitato e gli fu strappato l’anello con il suo sigillo personale. Tutto questo per ingraziarsi Cesare che stava sopraggiungendo.

 

Il regalo di benvenuto per il futuro dittatore di Roma fu dunque un cesto con la testa imbalsamata e l’anello personale di Pompeo. Plutarco ci racconta che il grande condottiero, alla vista di tanto scempio dell’uomo che pure era stato  suo genero, suo alleato e grande generale delle legioni romane ma anche membro di quella stessa Repubblica a cui lui apparteneva, sia scoppiato in lacrime, decretando l’immediata uccisione di Potino. I Faraoni regnanti, Tolomeo e Cleopatra, furono convocati a palazzo per decidere le loro sorti e definire la complicata situazione egiziana. E qui si innesca una delle tradizioni che incominciarono a fare ricca la fama di Cleopatra come grande ammaliatrice e seduttrice, anche a fini politici, dei più grandi uomini del suo tempo. Tolomeo rispose prontamente alla convocazione ma della regina non v’era traccia. Il fatto è che la ragazza (aveva allora circa vent’anni) temeva fortemente che nel percorso per giungere alla sala della convocazione sarebbe stata assalita e uccisa dai sicari del fratello, per porre Cesare di fronte a un fatto compiuto. Cleopatra si fece dunque avvolgere in un grande e prezioso tappeto, che venne fermato da una cinghia da un suo fedele schiavo, Apollodoro, che caricatosi il fardello in spalla non ebbe difficoltà a farsi accompagnare fino da Cesare a cui doveva consegnare un prezioso dono. E prezioso dono fu !.

Siamo nel 48 a.C. e Cesare aveva allora 52 anni e quando, dal prezioso tessuto, emerse, come Venere dal mare, una ragazza ventenne, vestita solo dei suoi gioielli più sontuosi che gli chiedeva protezione dal fratello, l’effetto dovette essere irresistibile.

Cleopatra non doveva avere la bellezza sontuosa della Elisabeth Taylor del film di Mankiewicz, almeno così dicono i ritratti e le monete a noi giunte; si parla di un naso lievemente aquilino con una leggera gobba, ma questi dovettero essere dettagli per un uomo avvezzo sì ad essere tentato ma pronto a subire il fascino fisico e di comportamento di una fanciulla maestra nell’uso della voce e nel presentarsi come la dea Iside, umana e divina, che in sé racchiude le arti di Afrodite, di Era, di Atena. Non v’è da dubitare del fatto che i due, come narra la tradizione, da quella notte divennero amanti e che il grande condottiero da quel momento in poi volle la giovane vicino a sé fino alla sua morte, che sarebbe arrivata solo quattro anni più tardi. Bisognava ancora debellare la resistenza del fratello Tolomeo e della sorellastra Arsinoe: solo l’aiuto di truppe giunte appena in tempo da Pergamo permise ai due di annientare definitivamente l’esercito alessandrino, tragicamente per la cultura, visto che durante gli scontri che costarono oltre ventimila morti, fu distrutta anche gran parte della Biblioteca di Alessandria, che incendiata, perse moltissimi degli oltre 490.000 manoscritti di valore inestimabile che conteneva.

Terminata con la morte del fratello la guerra, Cleopatra associò al trono come co-reggente l’altro fratello dodicenne Tolomeo XIV, ma fu una nomina solo apparente, anche se come da tradizione lo sposò, rimanendo però legata a Cesare. Nello stesso anno (47 a.C.) nacque ai due amanti un figlio, Tolomeo Cesare che rimarrà famoso come Cesarione. Era evidente che la relazione aveva finalità politiche, ma pur sempre anche basi affettive; finalità politiche poiché per Cesare il controllo dell’Egitto voleva dire l’assicurazione di una fonte di grano pressocché inesauribile, oltre ad altri enormi risorse economiche, e per Cleopatra voleva dire legarsi stabilmente alla più grande potenza dell’epoca in modo addirittura “famigliare”: il dittatore di Roma era il padre di suo figlio!

Prima di rientrare a Roma Cesare dovette occuparsi di Farnace, re del Ponto sul mar Nero: la pratica fu tanto velocemente conclusa con la vittoria di Zela che poté essere definita con la celebre veni – vidi – vici (venni – vidi – vinsi). Pacificata così l’Africa, Cesare poté rientrare a Roma nel 46 e al suo seguito c’erano Cleopatra e Cesarione. Non fu lungo il  soggiorno della regina nell’Urbe poiché nel 44 a.C. sopravvennero le Idi di marzo e con esse l’uccisione di Cesare. Non fu comunque un soggiorno insignificante quello di Cleopatra a Roma: la sua piccola corte, il suo fascino, il suo stile, il suo modo di vestire e acconciarsi influenzarono pesantemente la “nobilitas” della città e in particolare le matrone. Sia per compiacere i gusti della compagna del primo cittadino, sia perché l’ispirazione al paese di origine, l’Egitto, piacque molto, ogni casa importante aveva pitture e mosaici, graniti, alabastri e marmi che si ispiravano o provenivano da quella terra ricca di grano e di pietre preziose ma anche di cultura e di storia già allora più che millenaria.

Cesare in omaggio alla regina le aveva fatto dedicare una grande maschera d’oro nel suo Foro.

Subito dopo la morte del dittatore, Cleopatra dovette rientrare rapidamente ad Alessandria anche per salvaguardare la vita di Cesarione. Contemporaneamente al suo rientro, il Faraone Tolomeo XIV che aveva regnato da solo in sua assenza, morì (assai probabilmente fatto avvelenare), e così Cleopatra nominò co-reggente il figlio con il titolo di Tolomeo XV Cesare. La regina governava il suo paese e attendeva l’evolversi degli eventi conseguenti alla morte di Cesare.

Fu così che due anni dopo, Marco Antonio uno dei Triumviri romani assieme a Ottaviano e Lepido, chiese di incontrarla in un luogo neutrale, a Tarso in Cilicia, per verificare la sua lealtà verso Roma. Cleopatra aveva all’epoca 27 anni e Marco Antonio 42: non ci volle molto alla grande ammaliatrice per legare a sé quello che sembrava essere l’astro nascente della politica romana. I due divennero ben presto amanti e Antonio seguì la regina ad Alessandria dove poi si fermò per circa un anno. A Roma intanto i rapporti nel Triumvirato andavano deteriorandosi: Lepido venne estromesso e Marco Antonio non ricevette da Ottaviano le legioni promesse per una sua campagna contro i nemici di sempre: i Parti. Con un esercito finanziato dalla regina d’Egitto Antonio tentò lo stesso la sorte ma l’esito fu disastroso. Per essere certa anche questa volta della solidità del rapporto, Cleopatra aveva sfornato due gemelli ad Antonio, Alessandro Elio e Cleopatra Selene.

Il fatto fu subito utilizzato dal vero astro nascente di Roma, quell’Ottaviano che doveva diventare Augusto e fondare l’Impero Romano: Antonio fu pubblicamente accusato di immoralità per avere abbandonato moglie e figli a Roma e rimanere ad Alessandria fra le braccia di Cleopatra. Per maggiore sicurezza frattanto la regina gli aveva dato un terzo figlio Tolomeo Filadelfo. Nel 34 Antonio aveva conquistato l’Armenia, ancora una volta con un esercito finanziato da Cleopatra; i due vollero celebrare un trionfo per la vittoria, ad Alessandria, analogamente a quanto si faceva a Roma. Cleopatra ebbe il titolo di “Regina dei Re” e reggente dell’Egitto e di Cipro assieme al figlio Cesarione erede di Cesare.

Tutto ciò sconvolse l’opinione pubblica romana e Ottaviano ebbe gioco facile per dichiarare guerra all’Egitto.

Tutto si definì nella battaglia navale di Azio (nel nord della Grecia il 2 settembre 31 a.C.): qui sia per le grandi capacità strategiche di Marco Agrippa – che fu il vero stratega e il grande braccio armato della politica di Ottaviano – che per l’inspiegabile comportamento della flotta egizia che, non appena si aprì un varco nella flotta nemica, fuggì in mare aperto per raggiungere rapidamente l’Egitto, il disastro fu totale. Alla vista della fuga della regina Antonio si dette a inseguirla senza più curarsi dell’esito della battaglia. La disfatta di Azio distrusse Antonio, sia per la delusione che per l’umiliazione; in più quando Ottaviano invase l’Egitto, Antonio cercò di fermarlo ad Alessandria, ma il suo esercito alla vista delle legioni romane fuggì. Non restava altro al grande condottiero che il suicidio. Cleopatra tentò invece l’ultima carta anche con Ottaviano: la seduzione. La scena è stata molto bene rappresentata dal Guercino in un suo quadro del 1640 oggi ai Musei Capitolini: la Regina,oramai ai piedi di quello che era stato il suo trono, si offre al vincitore romano che la guarda con occhi sprezzanti . Il giovane che aveva sei anni meno della regina non cedette. Allora a una donna indomita, a una regina assoluta, conscia che il suo destino sarebbe stato quello di sfilare per le vie di Roma legata al carro del vincitore come schiava di guerra, di vedere uccidere il figlio Cesarione erede di Cesare (come in effetti avvenne), quando oramai il suo regno era destinato a divenire una delle tante province di Roma, non restava che una sola scelta: non un disperato atto d’amore come vuole la tradizione ma la libertà nei confronti di un nuovo spietato padrone.

Libertà che poteva ottenere solo col suicidio.

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