Eretz Israel: le guerre arabo-israeliane

  • Scritto da Odoardo Raggiani
  • Published in Storia

(Tratto da 18 storie del novecento Odoardo Reggiani, in.edit edizioni, 2009).

Ventiquattro ore dopo la proclamazione dell’indipendenza dello stato ebraico, gli eserciti di Siria, Egitto, Transgiordania, Libano, Iraq, affiancati da contingenti sauditi e consiglieri militari tedeschi, aggredirono Israele. Le operazioni militari si conclusero dopo poco più di un anno con la vittoria israeliana nonostante la grande inferiorità in uomini e mezzi rispetto alle armate arabe. Dopo questo primo successo, Israele conquistò l’80% del territorio palestinese estendendosi ben oltre i confini assegnatigli in precedenza dalla risoluzione delle Nazioni Unite. Gerusalemme fu proclamata capitale dello stato di Israele.

Restarono agli arabi la Cisgiordania con Gerusalemme est, la Giudea, la Samaria e la striscia di Gaza. Centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare le terre conquistate dagli ebrei e si sistemarono in campi profughi prevalentemente in Giordania. Centinaia di migliaia furono anche gli ebrei che dovettero rifugiarsi in Israele per evitare rappresaglie dai nemici sconfitti pur essendo residenti da generazioni in paesi arabi. Dopo il golpe militare che fece cadere la monarchia egiziana (1952) e la presa del potere da parte del colonnello Gamal Abd al-Nasir (Nasser per gli occidentali) fautore del panarabismo, maturarono velocemente le condizioni per la seconda guerra arabo-israeliana. Il 25 luglio 1956 Nasser nazionalizzò infatti la compagnia del canale di Suez che era di proprietà anglo-francese fin dal 1896 e proibì il transito delle navi israeliane. Francia, Inghilterra e Israele reagirono e attaccarono l’Egitto. In appena tre giorni gli israeliani conquistarono tutto il Sinai e arrivarono a Suez, mentre i parà anglo-francesi occuparono il canale. Al successo militare non seguì però quello diplomatico. La guerra fredda aveva contrapposto Stati Uniti e Unione Sovietica fin dal 1945. Le due superpotenze che avevano sconfitto il nazismo, non potendosi fronteggiare direttamente per evitare un conflitto atomico mondiale, lo facevano indirettamente, appoggiando o contrastando gli avversari o gli alleati del nemico. La guerra di Corea, nel 1950, segnò l’inizio di quella contrapposizione. Nella crisi di Suez, poiché gli Stati Uniti erano alleati di Inghilterra e Israele, l’Unione Sovietica prese le parti dell’Egitto e minacciò disastri nucleari se non si fosse fermata la guerra contro Nasser. In quella specifica circostanza intervennero però anche gli Usa per far cessare le ostilità ad Israele. La partita di Suez non finì tuttavia nell’estate del 1956. Nasser la riaprì nel 1967 chiedendo il ritiro dal Sinai della forza di pace rappresentata dai caschi blu dell’Onu. Il Rais egiziano che aveva stretto alleanze militari con Iraq, Siria e Giordania, annunciò la chiusura del canale di Suez e del  golfo di Aqaba a tutte le navi israeliane e comunque dirette ai porti israeliani. Le armate arabe ammassarono truppe ai confini di Israele palesando un piano di aggressione allo stato sionista. Gli ebrei, che grazie a servizi segreti efficientissimi erano a conoscenza del piano di aggressione arabo, agirono per primi con un attacco aereo che distrusse al suolo tutta l’aviazione egiziana. Le forze terrestri, al comando del  leggendario generale Moshe Dayan, in soli sei giorni sbaragliarono le armate arabe e conquistarono tutta la penisola del Sinai, la Cisgiordania compreso il settore est di Gerusalemme, il porto di Gaza, e le alture del Golan al confine siriano. Per Nasser e i suoi alleati  fu una colossale disfatta.  Il Rais morì  il 28 settembre 1970 lasciando la guida dell’Egitto al vicepresidente, il generale Muhammad Anwar al-Sadat.

L’umiliazione della guerra dei sei giorni bruciava anche sul morale del nuovo leader egiziano che in tre anni aveva ricostruito l’aviazione, creato una notevole forza missilistica e rafforzato l’armamento convenzionale terrestre grazie a massicci aiuti dall’Unione Sovietica. Tutto era perciò pronto per una quarta guerra contro gli odiati sionisti. Questa volta gli arabi non si fecero anticipare. Il 6 ottobre 1973, mentre la maggior parte degli ebrei era intenta alle celebrazioni dello Yom Kippur1, le truppe egiziane attaccarono improvvisamente Israele appoggiate da nutriti lanci di missili mentre la Siria, sul fronte nordorientale, fece altrettanto nel tentativo di reimpossessarsi delle alture del Golan. Gli aggressori colsero di sorpresa le difese israeliane che persero inizialmente terreno ma reagirono con una imponente controffensiva. Nella notte tra il 15 e 16 ottobre unità comandate dal generale Ariel Sharon varcarono il canale di Suez accerchiando una intera armata egiziana e sul fronte nord raggiunsero le periferie di Damasco. Risultato di questa guerra fu la pace separata fra Egitto e Israele, sancita dagli accordi di Camp David (residenza estiva del presidente americano Jimmy Carter) il 17 settembre 1978, accordi  firmati dal presidente egiziano Sadat e dal premier israeliano Menachem Begin. I due leader misero formalmente fine alla guerra trentennale tra i loro paesi. L’Egitto riconobbe la legittimità dello stato di Israele e quest’ultimo restituì all’Egitto tutta la penisola del Sinai. Sadat si recò clamorosamente in visita ufficiale alla Knesset, il parlamento  israeliano, scandalizzando l’intero mondo islamico che considerò quella visita un tradimento. Il presidente egiziano e il premier israeliano ricevettero nel 1979 il premio Nobel per la pace, ma il Rais pagò con la vita la normalizzazione dei rapporti con Israele. Nel 1981 fu assassinato nel corso di una parata militare da un commando di estremisti musulmani. Con la guerra del Kippur ebbero anche fine le guerre arabo-israeliane. Dopo la costituzione dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), presieduta da Yasser Arafat, furono poi i palestinesi a condurre un’incessante guerriglia contro lo stato sionista.

Profondamente ostili a qualsiasi dialogo, i feddayn intensificarono gli attacchi ad Israele partendo dalle loro basi nel Libano del sud dove si erano insediati dopo essere stati espulsi con la forza dalla Giordania (Settembre Nero)2 nel 1970. Armata dai siriani, l’OLP lanciava dalle basi libanesi continui attacchi missilistici contro il nord di Israele. Il 6 giugno 1982, in risposta all’attentato contro l’ambasciatore israeliano a Londra, gli ebrei avviarono una operazione in grande stile contro il Libano. L’operazione, chiamata Pace in Galilea e forte di 50.000 soldati con l’appoggio di mezzi corazzati, sbaragliò le armate siriane nella valle della Bekaa e intrappolò 14.000 guerriglieri palestinesi, compreso il loro leader Arafat, bloccati a nord dalle milizie cristiano-maronite. Queste ultime, per rappresaglia contro l’uccisione del loro presidente, Bashir Gemaiel, ad opera di un commando di Al Fatah, irruppero il 16 e 17 giugno 1982 nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut  compiendo una strage fra i profughi. Le vittime, fra cui molte donne e bambini, furono migliaia. Unanime fu la condanna per quella operazione.

Sotto pressione americana, Israele consentì che i superstiti palestinesi, gettate le armi, lasciassero il Libano via mare. Arafat portò il suo quartier generale in Tunisia. Da allora una serie di sanguinosi attentati e sollevazioni popolari a Gaza e Cisgiordania (Intifada) seguiti da terrificanti rappresaglie israeliane continuarono ad insanguinare la regione. Bisognerà arrivare agli accordi di Oslo fra Arafat e Rabin (20-8-1993) perché l’OLP riconoscesse il diritto all’esistenza di Israele e quest’ultimo riconoscesse l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Arafat si impegnò a far cessare le azioni terroristiche. Il 13 settembre 1993 il trattato venne solennemente siglato a Washington con la mediazione del presidente americano Clinton. La pace era però ancora lontana. Nel 1995 un estremista ebreo uccise il premier Ytzhak Rabin dopo che un kamikaze palestinese si era fatto esplodere in uno scuolabus di Tel Aviv causando la morte di 22 bambini. Un nuovo incontro a Camp David fra Arafat e il premier israeliano Ehud Barak (24 novembre 2000), ancora promosso da Bill Clinton, si concluse con un nulla di fatto.

Anche l’amministrazione Bush, nel 2002, è intervenuta coinvolgendo l’ONU, l’UE e la Russia per porre fine al sanguinoso contenzioso israelo-palestinese. Il piano “Road Map” accettato dal premier israeliano Ariel Sharon e dal leader palestinese Abu Mazen, prevedeva una serie di tappe ed obiettivi con date precise per la loro attuazione.

L’incontro che seguì fra il successore di Sharon, Ehud Olmert e Abu Mazen, svoltosi ad Annapolis (USA) nel novembre 2007, si è concluso con l’impegno di raggiungere un pieno accordo entro il 2008. La fine del mandato di George W. Bush, la crisi politica sopravvenuta in Israele e la netta opposizione di Hamas, sostenuta dall’Iran di Achmadinejad, a qualsiasi trattativa con uno stato che non riconosce e che si propone di distruggere, non lascia ben sperare.

Ci auguriamo che la pace da secoli in attesa di entrare nella terra delle grandi religioni monoteiste, non perda la pazienza. Lo speriamo perché il dramma non rimarrebbe certo circoscritto alla terra che, forse, il Creatore ha promesso a troppi. 

Note

1 - Lo Yom Kippur è la ricorrenza religiosa che celebra il giorno dell’espiazione e rappresenta la massima solennità ebraica. Cade fra settembre e ottobre e si ritiene che sia il giorno nel quale viene fissato il destino di ciascuno per l’anno successivo.

2 - Il 16 settembre 1970, re Hussein di Giordania, per contrastare il tentativo dei palestinesi (installatisi a migliaia nel territorio giordano) di far cadere la monarchia Hashemita  per trasformarla in uno stato palestinese, intervenne militarmente provocando la morte e l’espulsione di migliaia di feddayn. Quell’evento venne in seguito ricordato con la locuzione Settembre nero.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Contatti

+039 0516951101
 
redazione@ilcastellano.net

 

 

        Coming soon

 

I contenuti pubblicati in queste pagine sono protetti dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d'autore, legge 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni.
È vietata per qualsiasi fine o utilizzo, la riproduzione integrale su internet e su qualsiasi altro supporto cartaceo e/o digitale senza la preventiva autorizzazione.
Immagini, grafici e testi, in originale, riprodotti o tradotti, appartengono ai rispettivi proprietari.

Newsletter

Mantieniti in contatto con noi. Vuoi rimanere aggiornato sulle offerte e novità de il Castellano.net? Iscriviti alla nostra newsletter!