La rivoluzione d'ottobre

  • Scritto da Odoardo Reggiani
  • Published in Storia


Riprendiamo parte del capitolo Russia, 1917 i dieci mesi che sconvolsero il mondo, del volume di Odoardo Reggiani 18 storie del novecento (in.edit edizioni, 2009) da cui abbiamo estrapolato l’introduzione e la parte riguardante la rivoluzione di ottobre.

Tra le date simboliche della storia mondiale, il 1917 occupa un posto di rilievo se non il primo posto per gli effetti che ha prodotto nei decenni successivi.
Quell'anno vide infatti due eventi che resteranno incisi per sempre nelle vicende dell'umanità: la prima guerra planetaria e la rivoluzione russa. Del primo abbiamo già scritto recensendo il libro di Lorenzo Del Boca Grande guerra, piccoli generali anche se non pretendiamo di averlo fatto in misura esaustiva. Possiamo solo aggiungere che quella strage senza precedenti non terminò nel novembre 1918. Fu solo la prima parte di un disastro globale che riprese nel 1939 e si concluse con le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, nell'agosto del 1945.
Sulla rivoluzione russa, di cui ci occuperemo in questa sede, è innanzitutto necessario correggere un errore di definizione che si riscontra con una certa frequenza. Per rivoluzione russa s'intende generalmente indicare l'insieme di tre distinti momenti rivoluzionari: quello del gennaio 1905 e quelli del febbraio e ottobre 1917 (secondo il calendario ortodosso; febbraio, marzo e novembre secondo il calendario gregoriano). In realtà quelle tre ribellioni non possono essere fuse in un unico evento perché diverse furono le ispirazioni, diverse le conseguenze, diverse le forze politiche e popolari che le promossero, diversi i protagonisti.
Non parleremo allora di rivoluzione ma di tre diverse rivoluzioni russe.

La rivoluzione di ottobre
Tutto il potere ai Soviet
Il 10 ottobre, ottenuta l'approvazione di Trotzkij, di Stalin e della maggioranza dei dirigenti, tranne Kamenev6 e Zinovev7 che avrebbero voluto lasciare la decisione a un voto del secondo congresso panrusso dei soviet convocato per il 25 a Pietrogrado, Lenin decise per la spallata finale al governo provvisorio di Kerenskij, definendo “cretinismo parlamentare” le tesi di Kamenev e Zinoviev. “Il proletariato -osservò il leader bolscevico-conduce la sua lotta di classe abbattendo la borghesia, senza aspettare alcuna votazione”. Bisognava agire subito.
Trotzkij, nella sua qualità di presidente del soviet, organizzò il Comitato Militare Rivoluzionario (Milrevkom), formato da un nucleo di bolscevichi fortemente ideologizzati e una minoranza di socialisti rivoluzionari di sinistra e anarchici.
All'alba del 25 ottobre 1917 (7 novembre) le guardie rosse di Trotzkij e i reggimenti della guarnigione della capitale occuparono i punti strategici della città e il palazzo d'inverno, e arrestarono quasi tutti i ministri. Kerenskij riuscì a fuggire. La rivoluzione d'ottobre aveva vinto senza quasi incontrare resistenza. La conquista del palazzo d'inverno fu facile, ma non diede ai bolscevichi il controllo del paese. Per ottenerlo era necessario avere il sostegno delle grandi masse, soprattutto nelle campagne, e Lenin lo cercò con la proclamazione dei decreti sulla pace e sulla questione agraria.
Lenin vide giusto. I socialdemocratici, dopo aver denunciato la congiura militare ordita alle spalle dei soviet, abbandonarono il secondo congresso panrusso che si svolse il 26 ottobre (8 novembre) e sancì la creazione del Consiglio dei Commissari del Popolo, nuovo governo rivoluzionario, formato interamente da bolscevichi, con Lenin alla presidenza.
Furono subito approvati i decreti sulla uscita immediata della Russia dalla guerra e sulla riforma agraria. I bolscevichi, che avevano sempre sostenuto la nazionalizzazione delle terre, trovandosi in netta minoranza nei soviet rurali, dovettero accettare il programma dei socialrivoluzionari che prevedeva la distribuzione dei latifondi ai contadini, creando così una classe di piccoli proprietari in contrasto col dogma marxista che escludeva la proprietà privata della terra e di tutti i mezzi di produzione. Si rifece Stalin una decina di anni dopo, imponendo la collettivizzazione forzata delle terre che provocò la deportazione di oltre sei milioni di kulaki (coltivatori diretti) e il loro annientamento nei gulag siberiani. Fra gli altri provvedimenti immediati del nuovo governo ci fu la confisca senza indennizzo dei beni e delle terre della chiesa ortodossa, l'introduzione del matrimonio civile e del divorzio, le otto ore lavorative, la soppressione di tutti i giornali borghesi, la requisizione delle abitazioni dei nobili e della borghesia industriale, praticamente quasi tutti gli storici palazzi di Mosca, San Pietroburgo e altre città della Russia, la nazionalizzazione delle banche, la costituzione della polizia politica (Ceka). Il partito comunista (nuovo nome dato da Lenin al partito bolscevico dopo la conquista del potere) diventò l'unico ammesso. Fu introdotto il concetto di “nemico del popolo” e furono istituiti tribunali speciali i cui giudici avevano carta bianca nell'accettare o respingere le leggi vigenti. Vennero aperti i primi campi di lavoro forzato e di concentramento per i “nemici di classe”.
Anche l'altro slogan rivoluzionario del “controllo operaio” sulle fabbriche si trasformò ben presto in controllo della burocrazia statale sulle imprese e sui lavoratori. Nel dicembre 1917 il regime dovette infatti affrontare un'ondata di scioperi e di agitazioni per il dilagare della disoccupazione e per le miserrime condizioni degli operai che non videro alcun miglioramento dal nuovo corso. La “dittatura del proletariato” diventò ben presto una “dittatura sul proletariato”. Tutti segni, secondo la rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg8, in aperta polemica con Lenin, del carattere oligarchico del potere leninista. Anche nei confronti delle numerose nazionalità, alle quali i comunisti avevano promesso autodeterminazione e autonomia amministrativa ci fu un brusco ripensamento.
Il nuovo regime non intendeva infatti rinunciare al grano dell'Ucraina, al petrolio e ai minerali del Caucaso, agli sbocchi portuali nel Baltico, alle sterminate praterie e ai boschi siberiani, grandi fornitori di legname, esattamente come qualsiasi altra potenza imperialista. Si verificò pertanto uno scontro fra la società e il regime che non tardò a produrre decenni di violenza e di terrore.

L'assemblea costituente
Il 12 novembre (25) si svolsero a suffragio universale le preannunciate elezioni per l'Assemblea Costituente che aveva lo scopo di redigere la costituzione della nuova Russia: su 707 seggi, i socialrivoluzionari ne conquistarono 410, pari al 58%; i comunisti (bolscevichi) 175 (25%) i partiti nazionalisti 86 (9%) i cadetti 17 e i menscevichi 16 (4% ciascuno). Per i comunisti fu una sconfitta che dimostrò come la loro conquista del potere fu opera di una minoranza nel paese, soprattutto nelle campagne. La convocazione dell'Assemblea Costituente, così com'era uscita dal risultato elettorale, avrebbe legittimato un'opposizione al regime e infatti tutti i partiti anticomunisti che ne formavano la grande maggioranza richiesero l'immediata apertura dei lavori. Lenin affrontò il problema con le sue tesi sull'assemblea costituente pubblicate sulla Pravda del 13 dicembre (26). Per il leader comunista consentire la convocazione dell'assemblea significava rifiutare il passaggio al socialismo rimanendo nell'ambito della democrazia borghese. Si trovò comunque il modo di sbarazzarsi dell'ingombrante ostacolo. L'assemblea fu convocata per il 5 gennaio 1918 mentre il Comitato Esecutivo Centrale del partito comunista convocando il terzo congresso panrusso per l'8 gennaio, preparò una dichiarazione che svuotava l'Assemblea di qualsiasi potere.
I costituenti presieduti dal socialrivoluzionario Cernov, respinsero a larghissima maggioranza il diktat bolscevico e cominciarono i lavori protraendoli per tutta la notte. All'alba del 6 gennaio, la minoranza comunista e l'ala sinistra dei socialrivoluzionari che si era unita ad essa, abbandonarono la seduta. A quel punto intervenne il comandante della guarnigione che irruppe con un manipolo di uomini armati e disperse con la forza l'Assemblea. Fine del “cretinismo parlamentare”.
Karl Kautsky, pensatore politico tedesco fra i più autorevoli interpreti dell'ortodossia marxista, criticò aspramente Lenin per lo scioglimento di un'assise democraticamente eletta, ravvisando con ciò l'avvio della rivoluzione bolscevica verso esiti autoritari e antidemocratici.
L'analisi sarà poi confermata dai fatti ma, all'epoca, Kautsky venne “scomunicato” da Lenin e tacciato di tradimento della causa.

Epilogo
Che fine aveva fatto lo zar di tutte le Russie, Nicola II Romanov? Dopo un periodo di arresti domiciliari nella residenza di Zarskoe Selo, la famiglia imperiale venne trasferita su ordine di Kerenskij a Tobolsk, in Siberia. Con la conquista del potere da parte dei bolscevichi i soviet degli Urali reclamarono i prigionieri, li prelevarono e li trasferirono a Ekaterinburg dove, nella notte fra il 16 e il 17 luglio 1918 furono trucidati da un commando della Ceka. Sotto i colpi dei fucili caddero lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra Fedorovna, i cinque figli Olga, Tatjana, Marija, Anastasia e Aleksej. I cadaveri vennero fatti a pezzi e dispersi in un vicino bosco. Si dovette attendere la caduta del regime sovietico affinché i poveri resti, recuperati e identificati con il DNA, ricevessero solenni funerali di stato a San Pietroburgo, alla presenza dell'allora presidente Boris Eltsin. Nel 2000, la chiesa ortodossa russa, guidata dal patriarca Aleksej, ha dichiarato martiri cristiani lo zar, la zarina ed i cinque figli. Alla cerimonia, officiata nella maestosa cattedrale del Salvatore a Mosca ricostruita dopo che Stalin l'aveva fatta demolire per far posto alla sede dei sindacati, ha partecipato il presidente Vladimir Putin.
Lenin morì nel 1924 e il potere fu preso da Stalin che lo mantenne con il terrore fino alla sua morte, avvenuta nel 1953. Trotzkij, genio militare, rivoluzionario bolscevico e vincitore della guerra civile, fu assassinato per ordine di Stalin nel 1940, quand'era esule in Messico e moltissimi protagonisti della rivoluzione del 1917 come Kamenev, Zinoviev, Bucharin, solo per citare i più noti, fecero la stessa fine dopo processi allucinanti. Nel 1956 il nuovo capo sovietico Nikita Kruscev denunciò i crimini dello stalinismo dei quali era stato peraltro complice, ma dovettero passare altri 35 anni prima che l'impero e il sistema di potere sovietico implodessero. L'insegnamento che quella esperienza ha lasciato alla storia è che qualsiasi dittatura, anche se ispirata da buone idee, è sempre peggiore di una democrazia, con tutti i difetti delle democrazie. Ammesso, con beneficio di inventario, che quella bolscevica sia mai stata una buona idea.

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