Teodora (seconda parte)

  • Scritto da Gabriele Galanti
  • Published in Storia

Evidentemente Giustiniano non era più solo attratto dalle gioie che potevano procurargli le innumerevoli giovinette quotidianamente offertegli in moglie dai potenti della città, ma in Teodora trovò immediatamente gioventù, intelligenza, esperienza di chi aveva vissuto intensamente in patria e fuori e passione infinita: una passione così ardente che si spense solo alla morte prematura di lei nel 548.
Pur nelle loro differenti idee ed esperienze, o forse proprio per questo, i due divennero da subito inseparabili. Se lei era monofisita, credeva cioè nell'unica natura divina del Verbo, Giustiniano era ortodosso, se lei era di cultura mediterranea e orientale, lui era di origine Illirica e volta all'occidente, se lei era di lingua e formazione greca, lui parlava latino; eppure la coppia teneva e Giustiniano parlò ben presto di matrimonio, che per altro non era possibile perché lei era “figlia dell'Ippodromo” e di umili origini.
Giustiniano però la elevò di ruolo e la nominò “patrizia” e nulla poté più impedire la loro unione, nemmeno l'ostinata opposizione della moglie di Giustino, Lupicina, divenuta Augusta col nome di Eufemia. I due amanti vivevano già da tempo more-uxorio nel Palazzo di Hormesdas, non lontano da quello dell'Imperatore.
Morta Eufemia nel 524, i due si sposarono l'anno seguente e dal 528, con l'ascesa al trono di Giustiniano, Teodora divenne ufficialmente Imperatrice di Bisanzio.
La nuova posizione di Teodora si rifletterà anche sui più vicini parenti e amici della giovane Imperatrice: la figlia, frutto di giovanili amori, andò sposa a una delle più importanti famiglie di Bisanzio, la sorella Comitò sposò uno dei più importanti generali di Giustiniano, Sitta.
Anche se la “punizione divina” (come diceva la gente) privò la coppia dalla possibilità di avere figli a causa di una malattia contratta dall'Imperatore, dal momento della loro unione ufficiale “essi non facevano nulla l'uno senza l'altro”.
Teodora divenne così l'occhio vigile ed esperto nel valutare persone, situazioni, pericoli per il marito e per il trono.
In questa prima fase del regno di Giustiniano nell'attuazione del potere politico, amministrativo e legislativo, fu necessario all'Imperatore associarsi profondamente al Cristianesimo, combattendo rigidamente ogni forma di eresia e di scisma: manichei, ebrei, pagani furono duramente colpiti.
L'anno 529 è divenuto il simbolo di questa nuova politica, poiché corrisponde all'Editto Imperiale che proclamava la fine del paganesimo, con l'ordine di Giustiniano di chiudere l'attività della millenaria Accademia di Platone ad Atene e delle altre scuole di filosofia.
Teodora nel frattempo si impegnava a ricostruire l'unità con la Chiesa di Roma e faceva astenere l'Imperatore dal colpire i monofisiti di cui Alessandria e l'Egitto erano i più importanti rappresentanti: ma lo erano anche come principali fonti economiche per l'Impero.
Giustiniano era completamente assorbito dalla sua grande opera legislativa il Corpus Juris Civilis che indicava nell'Imperatore la sola fonte di tutte le leggi.
Proseguiva anche l'attività militare di recupero di quelle terre orientali perennemente perdute e riconquistate in un incessante e frenetico tira e molla militare. L'attività di Teodora proseguiva nel frattempo nella protezione e nell'obbedienza del suo amato Imperatore.
Nel frattempo il destino l'aveva già fatta divenire nonna di Anastasio, lei che non cessava, nel cuore, di sperare ancora di divenire madre dei figli di Giustiniano.
Teodora si avvaleva anche della “collaborazione” di importanti personaggi della corte a lei fortemente legati e fedeli. Una era la moglie che Teodora aveva procurato al generale Belisario, Antonina, a lei devota e debitrice di importanti aiuti; l'altro, l'eunuco Narsete, asiatico della Grande Armenia e di comune indole e cultura levantina dell'Imperatrice. Costui fu anche il referente degli “Amici della Sovrana” che portavano a Teodora ogni informazione di suo interesse.
BelisarioÈ in questo periodo che appaiono a Corte due personaggi assai importanti nella vita dei due Imperatori: Giovanni di Cappadocia e Pietro. Il primo esperto contabile e fiscale, il secondo proveniente dall'Illirico e da Tessalonica (l'odierna Salonicco), maestro di retorica. Pare che il nuovo cerimoniale che prevedeva, come retaggio orientale, il prosternarsi dei sudditi dinnanzi alla coppia imperiale, fosse dovuto a Pietro. Dopo i terremoti che nel 526 e 528 avevano colpito Antiochia e, nel 530, Laodicea (l'attuale Lattakia in Siria) i sovrani erano obbligati ad attingere alle casse imperiali per risolvere i problemi della ricostruzione. In pari tempo Giovanni di Cappadocia, oramai divenuto Prefetto del Pretorio, calcava sempre più pesantemente sulla leva delle tasse anche per compensare le enormi spese militari dovute agli aspetti espansionistici della politica di Giustiniano.
La situazione generale andava perciò deteriorandosi anche da un punto di vista alimentare: Giovanni divenne ben presto, a torto o a ragione, il punto di attacco delle rivendicazioni popolari per le continue richieste di nuove tasse volte ad arricchire lo Stato e/o le proprie tasche.
Il punto di coagulo delle tensioni urbane divenne naturalmente l'Ippodromo, dove era facile per tutti ritrovarsi.
Quando il 13 gennaio 532, al termine delle 22 corse dei carri, il popolo si mise ad urlare all'unisono “lunga vita agli uomini Verdi e Azzurri” si comprese facilmente come esso si era riunito in un unico attacco verbale al potere. Azzurri e Verdi non più divisi, ma accomunati per contrastare il Palazzo. Il grido che seguì Nika ! Nika! Nika! fu ancora più esplicito: Vinci! Vinci! Vinci!
Era l'inizio di quella che passerà alla storia come la “Rivolta di Nika” contro Giustiniano, Triboniano (questore e responsabile dell'organizzazione del Corpus Juris Civilis e quindi della legalità) e Giovanni di Cappadocia, Prefetto del Pretorio.
Giustiniano riparò rapidamente nel Palazzo Imperiale.
Intanto la violenza andava crescendo: la folla attaccò la Prefettura, uccise soldati e ufficiali, assalì lo stesso Sacro Palazzo e diede fuoco al suo Vestibolo. Il popolo si rivolse poi alle Terme di Zeuxippo, altro emblema cittadino, per abbattere statue antiche e simboli statali del potere.
Giustiniano per calmare l'eccitazione popolare fu costretto a far dimettere il Prefetto di città Eudemone, Giovanni di Cappadocia e Triboniano, trattenendoli però a Palazzo per salvare loro la vita.
Qualche giorno dopo, il 18 gennaio, Giustiniano si presentò all'Ippodromo con in mano il Vangelo e in abiti sacerdotali: offrì a tutti i rivoltosi condono e amnistia per quanto accaduto, addossandosi la colpa degli avvenimenti, dovuti unicamente ai suoi peccati. La folla esitò ma poi decise che il suo vero nemico era l'Imperatore. Quando oramai a Giustiniano non restava che la fuga, utilizzando il battello attraccato al Palazzo Imperiale, intervenne Teodora.
Disse: “Ritengo insensato discutere adesso se sia opportuno che una donna – quando gli uomini più non sanno dove volgersi – prenda la parola per dare animosi consigli. Giudico, in questo momento, la fuga come il più fallace tra i passi che si possono compiere…Se tu, mio Cesare, vuoi salvarti fallo. Attenzione però quella salvezza potrebbe esserti più fatale della morte stessa. Per quello che mi riguarda mi mantengo fedele all'antico detto: “IL POTERE È UNO SPLENDIDO SUDARIO !”.
Le parole, tratte da Isocrate vissuto mille anni prima, vengono utilizzate dalla Sovrana come fantastico coup de theatre. È qui che Teodora appare nella sua vera veste di Imperatrice: è lei che impone la condotta e il comportamento necessario. È' lei che recita la parte principale in questa tragedia.
L'uditorio dei potenti fu colpito dalle sue parole che non lasciavano scampo: tralasciata l'ipotesi della fuga, si cominciò a parlare di difesa, di resistenza, di attacco.
Belisario e i suoi uomini rientrarono nell'Ippodromo: e fu strage. I dati parlano di circa 35.000 morti.
A questo punto non era più Teodora che doveva la porpora a Giustiniano ma lui a lei.
La basilica di Santa Sofia incendiata e in parte distrutta durante la rivolta, venne fatta ricostruire per volere di Teodora che anzi la fece ampliare occupando una parte dell'Ippodromo in cui aveva avuto luogo la rivolta.
Ancora oggi si può vedere al suo interno la “colonna piangente” in marmo rosso da cui stillano le lacrime dei rivoltosi uccisi. In effetti la colonna assorbe umidità per capillarità da una falda d'acqua nel sottosuolo.
Teodora continuò nella sua politica di saggezza e sostegno all'Impero: si liberò di Giovanni di Cappadocia con un tranello ordito con la moglie di Belisario, Antonina, che lo portò alla destituzione e all'esilio. Liberò Giustiniano anche dall'infido Prisco di Paflagonia, segretario dell'Imperatore, che fu da lei fatto rapire ed esiliato in Africa.
Si ricordò anche del modo in cui “in gioventù” Ecebalo, governatore della Pentapoli di Libia, l'aveva trattata, scacciandola. Fatta esaminare la sua gestione del potere da funzionati imperiali, fu ben presto condannato a morte.
Teodora continuò freneticamente nella sua assidua partecipazione al potere imperiale, alla politica, alla religione, alla cultura e alla ricostruzione dei grandi monumenti quali basiliche ed edifici pubblici.
Nelle questioni femminili intervenne direttamente nelle riforme dei Codici Giustinianei, introducendovi problemi che interessavano le donne con misure sul divorzio, l'adulterio, il vincolo matrimoniale, l'assistenza alle attrici, l'eliminazione delle prostitute dalle strade, la condanna del loro sfruttamento, il diritto delle donne a entrare nell'asse ereditario. Fece perfino costruire il Convento della Metanoia riservato alle ex prostitute che venivano curate e avviate a nuove attività.
Questa donna intelligente, ambiziosa, forte e decisa possedeva qualità eccellenti che giustificarono i suoi vent'anni di potere Imperiale assieme a Giustiniano.
Scaltra e ambiziosa era comunque determinata e senza scrupoli nel distruggere chi si opponeva a lei o all'Imperatore. Di lei conosciamo con certezza un unico ritratto: il mosaico all'interno di San Vitale di Ravenna, a meno che non si accetti la recente attribuzione a lei della testa di Imperatrice in marmo attualmente presso il Castello Sforzesco di Milano.
Nel mosaico ci appare in tutta la solennità della corte, leggermente più alta di tutte le altre figure, lei che invece doveva essere piccola di statura. Bella, con occhi assai intriganti e determinati, ci appare in questa visione di grande suggestione sufficiente a dirci quanto la donna aveva nell'animo: risolutezza e volitiva intelligenza.
Non abbiamo la possibilità di confrontare la sua grande bellezza con altre immagini distrutte probabilmente dal furore iconoclasta susseguente alla sua morte; morte dovuta a cancro allo stomaco, forse il primo vero caso accertato nella storia della medicina antica. Nel 548 la Sovrana non aveva ancora cinquant'anni.
Non sappiamo se Teodora avesse la prorompente bellezza della calabrese Gianna Maria Canale che la interpretò nel 1954 in un film (romanzato in buona parte sui principali eventi della sua vita). Forse la sua incarnazione da parte dell'attrice Sarah Bernhardt nella famosa tragedia di V. Sardou è più vicina alla realtà descrittaci da Procopio. È curioso come l'Imperatrice sia stata anche impersonata nel 1897 dall'eccentrica Lady Randolph Churcill, madre del primo ministro britannico Wiston.
Per chiudere con un sorriso questo lungo racconto sulla vita di una delle più grandi Imperatrici dell'antichità, è curioso ricordare come il comico Antonio de Curtis, in arte Totò, che si riteneva diretto discendente dei Comneni di Bisanzio, si riferiva sempre alla “zia” Teodora chiamandola con epiteti molto crudi, legati alla sua presunta attività giovanile!

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