Cassandra

  • Scritto da Gabriele Galanti
  • Published in Storia

Cassandra  era figlia di Priamo re di Troia, e di Ecuba la principale delle sue tre mogli ufficiali.
Era bella, bellissima (il suo nome pare volesse significare “splendore per l'uomo”) forse la più bella di tutte le figlie del re ed era gemella di Eleno, l'unico della stirpe di Priamo a sopravvivere alla strage e alla distruzione della città.
Proprio per la sua avvenenza fin da giovanissima ebbe molti pretendenti ma lei non volle scegliere nessuno: la sua dea era Atena e come lei avrebbe voluto mantenere la sua verginità intatta per tutta la sua vita (altre fonti indicano il significato del nome Cassandra come “colei che respinge l'uomo”).
Il destino però non le permise di mantenersi casta per sempre. Fin da bambina Cassandra era sacerdotessa nel tempio di Apollo che, si sa, era particolarmente attratto dalla bellezza in tutte le sue forme: e lei di bellezza era un fulgido esempio. Il dio così le promise, se lei lo avesse voluto, di darle il dono della profezia: un dono magico e attraente, un dono che ogni donna non avrebbe potuto rifiutare. Cassandra accettò e ottenne il suo dono dal dio: profetizzare, vedere e raccontare tutto ciò che il futuro di ognuno riservava.
Quando però fu il momento di incassare Apollo si trovò di fronte a un netto rifiuto: Cassandra ci aveva ripensato e alla sua verginità non aveva nessuna intenzione di rinunciare. Il dio ovviamente si infuriò e disse che lui era un “dio d'onore”: quello che aveva promesso lo aveva dato. E lei ? Di fronte all'intransigente posizione di Cassandra Apollo fu anche generoso e non la fece morire all'istante. Semplicemente le chiese un bacio che lei accordò, ma lui a quel punto le sputò in bocca con un gesto che stava a significare che tutto ciò che in futuro sarebbe uscito da quella bocca non sarebbe stato creduto; le lasciò però il dono della profezia.
Fu così che Cassandra divenne una profetessa non creduta, ma non una profetessa di sventure e disgrazie come erroneamente si crede. Non portava sfortuna, semplicemente il futuro che lei vedeva con chiarezza non andava bene a chi l'ascoltava e così nessuno le credeva.
E almeno per il momento si tenne la sua verginità.
Tutto cominciò subito con la nascita del fratello Paride che, esiliato dalla madre Ecuba lontano dalla città, per un funesto sogno premonitore, quando rientrò alla reggia fu dalla sorella subito indicato come fonte di sciagure e perfino della distruzione stessa della città.
Ovviamente nessuno le credette.
Quando Paride si recò a Sparta, ottenne ciò che Afrodite gli aveva promesso: l'amore della donna più bella del mondo che al momento era Elena, figlia di Tindaro.
La situazione un po' ingarbugliata è questa.
Paride, rientrato a Troia dopo l'esilio impostogli dalla madre, bello com'era, fu chiamato dalle tre dee più belle Era (moglie di Zeus), Afrodite (dea della bellezza) e Atena (figlia di Zeus) a scegliere a chi fra di loro spettasse il pomo d'oro su cui era scritto “alla più bella”.
Era aveva promesso ricchezze e poteri immensi, Atena saggezza e imbattibilità in guerra, Afrodite l'amore della donna più bella del mondo. Il fatuo Paride scelse Afrodite.
Al momento Miss Mondo era Elena figlia di quell'uovo nato dall'amore tra la madre Leda (moglie di Tindaro) e Zeus in sembianza di cigno. Era un uovo veramente straordinario poiché in esso erano racchiusi Elena e Polluce (uno dei due Dioscuri) mentre in contemporanea gestazione Leda portava avanti la gravidanza “umana” di Clitemnestra (poi moglie di Agamennone re di Micene) e di Castore (l'altro Dioscuro).
Un pasticcetto non male ma… gli dei hanno poteri straordinari!
Ricevuto così il dono promessogli da Afrodite, Paride rientrò con la sua bella (veramente!) a Troia.
Qui le profezie più tragiche di Cassandra si sprecarono nelle forme più terribili e… veritiere: morte e distruzione, eccidi e incendi, crollo e fine della sua città!
Come sempre nessuno voleva saperne e Paride e Elena, i due bellissimi, furono accolti a Troia.
Cassandra era disperata e consapevole e si sentiva colpevole per quanto accadeva, ma nulla oramai poteva salvare lei e la città! a nulla valevano le sollecitazioni che lei dava al padre e ai concittadini di cacciare Elena e di allontanare Paride: in una famosa anfora a figure rosse Cassandra è ritratta nel tentativo di uccidere il fratello pur di salvare Troia.
Quando infine il celebre Cavallo di legno figlio dell'intelletto del più scaltro dei greci Ulisse fu lasciato sulla spiaggia, con le navi greche nascoste poco lontano, dietro l'isoletta di Tenedo, Cassandra tentò l'ultima carta. Urlò. Strepitò. Cercò di convincere i suoi concittadini che quello non era un dono divino ma un immane pericolo poiché aveva il ventre colmo di soldati nemici in armi; fu derisa, sbeffeggiata e allontanata. Il solo Laocoonte credette alle sue parole e si unì alle sue suppliche: per renderle più credibili scagliò contro il trofeo di legno una lancia che, piantandosi nel cavallo, emise un chiaro suono di armi e corazze.
TIMEO DANAOS ET DONA FERENTES, gridava Laocoonte: temo i greci anche se offrono doni.
Ma Atena vegliava attentamente sulle future sorti dei suoi Greci protetti e lanciò contro Laocoonte due mostruosi serpenti marini che prima stritolarono i giovani figli e poi avvinghiatisi anche a lui lo trascinarono in fondo negli abissi, così come ce lo mostra lo straordinario gruppo marmoreo di Agesandro Atanodoro e Polidoro.
È ovvio che a questo punto i Greci ebbero partita vinta e il Cavallo entrò trionfalmente in città obbligandoli anche ad abbattere una parte di mura affinché potesse passare.
La notte fu tragica e piena di sangue: dopo il vino a fiumi che aveva intorpidito le menti dei festanti Troiani, arrivarono le urla, le richieste di aiuto, i drammi di chi si credeva vincitore. Troia era un immane rogo!
Cassandra sola e disperata si era rifugiata nel tempio di Atena dove era custodito il famoso Palladio, antichissima immagine lignea della dea, che doveva proteggere la città da ogni catastrofe finché fosse rimasta ritta sul suo piedistallo. Fu lì che si consumò il più triste momento della vita della giovane. Era stata raggiunta all'interno del tempio da quell'Aiace Oileo, maestro di guerre, di tiro con l'arco e completamente soggiogato dalla bellezza di Cassandra. Nel tentativo di agguantarla il greco le strappò le vesti e questo aumentò ancor più il suo desiderio. Cassandra, in un ultimo disperato tentativo di salvezza, si aggrappò al Palladio che rotolò a terra.
E proprio lì, nel tempio della dea Atena a cui tanto si sentiva vicina, Cassandra dovette cedere ad Aiace quello che neppure il dio Apollo era riuscito ad ottenere.
Atena nel momento culminante, distolse gli occhi e rivolta all'Olimpo promise a tutti i Greci un ritorno a casa difficile o impossibile. Ma per Cassandra non ci fu nulla da fare.
Era talmente bella che perfino il sommo comandante dei greci, Agamennone, ne rimase colpito; fu costretta a seguirlo fino a Micene, schiava di guerra ma meravigliosa concubina. Proprio a Micene doveva concludersi il dramma della vita di Cassandra.
In assenza del re a Micene governava la moglie Clitemnestra (come si ricorderà sorella “atipica” di Elena) che aveva pensato bene di associarsi al torno il cugino del marito, Egisto, convinta che dopo oltre dieci anni Troia sarebbe stata la tomba per Agamennone. Al rientro del re, Clitemnestra, facendo credere grande gioia per il rientro del più importante dei Greci, indisse giorni di festa ed esultanza per celebrarlo e intanto lo affidò ad Egisto che la festa gliela fece per davvero, uccidendolo.Clitemnestra frattanto faceva entrare nella reggia Cassandra per farla riprendere e rifocillare per il lungo viaggio. La ragazza sa cosa l'attende ma non si ribella, non fugge, non si difende: sembra quasi voler pagare con la sua morte, che arriverà di lì a breve, quel tributo al dio a cui aveva negato il corpo, pur avendo ottenuto ciò che le era stato promesso.

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