Sant'Elena e la vera Croce (seconda parte)

  • Scritto da Gabriele Galanti
  • Published in Storia

Abbiamo visto nella prima parte della nostra storia la straordinaria vita di Elena, madre dell'Imperatore Costantino, e come ella nell'avanzata maturità della sua vita (aveva circa 75 anni) abbia deciso di fare un pellegrinaggio nelle Province Orientali dell'Impero, in particolare sui luoghi della passione di Gesù in Terra Santa.
Abbiamo anche visto come non è chiaro se la partenza di Elena sia dovuta a una sua scelta per espiare la sua incapacità di impedire l'uccisione del nipote e della nuora (aveva o non aveva effettivamente così ascendente sul figlio?) oppure a pressioni dell'Imperatore per appoggiare la sua scelta tra la religione Mitraica e quella Cattolica. Agli occhi del popolo la Cattolica era una religione più semplice di quella di Mitra (figura 1), misterica e astrologica (era originaria dell'antica Persia) ma non era l’abituale religione pagana  ancora amata dal popolo e di cui per altro Costantino rimase fino alla morte pontifex maximus.
La madre con un viaggio di devozione che dovette poi dimostrarsi quasi miracoloso, avrebbe sottolineato la motivazione della sua conversione, del suo battesimo e della scelta dell'Editto di Milano. Insomma il viaggio di Elena doveva portare devozione e proseliti per la nuova religione e soldi: sì soldi legati alla vendita di eventuali reliquie sacre rinvenute.
Pur essendo supportata dagli storici, Eusebio di Cesarea in primis, è in Terra Santa che comincia la parte della vita di Elena che si confonde con la leggenda
Non vi è alcun dubbio che il viaggio di Elena (326- 328 d.C.) avvenne sui luoghi della passione di Cristo e che l'Augusta compì atti di cristiana pietà riconoscendo luoghi e facendo costruire varie chiese: a Betlemme, la Basilica della Natività e a Gerusalemme (figura 2) quella dell'Ascensione sul Monte degli Ulivi.
Secondo la tradizione cristiana si ricollega a tali fatti anche il ritrovamento “della Vera Croce” (figura 3), il patibolo su cui morì il Cristo stesso. E qui nasce il primo dubbio.
Fu solo il fatto che Elena si era recata in pellegrinaggio in Palestina e che fosse a Gerusalemme che portò ad ascrivere all'Imperatrice stessa il ritrovamento della sacra reliquia?
Sappiamo d'altre parte che le croci dei condannati a morte venivano bruciate immediatamente alla fine del supplizio da parte degli stessi soldati romani. E allora?
Jacopo da Varagine (figura 4) (l'odierna Varazze) vescovo di Genova e uomo di straordinaria levatura cristiana e storica, nel tredicesimo secolo scrisse la Legenda Aurea che, oltre alle vite di numerosi santi, conteneva anche il racconto del ritrovamento della Vera Croce. Il primo equivoco nasce dal fatto che Legenda Aurea stava a indicare “una raccolta da leggere (legenda), di cose sacre e di vite di santi  (aurea): cioè una raccolta di testi agiografici. Col tempo e l'uso del volgare la Legenda Aurea divenne Leggenda Aurea con un ben diverso significato della parola Leggenda!
In tale testo si affermava che Elena, giunta a Gerusalemme, chiese di conoscere il luogo in cui era sepolto il Lignum crucis: venuta a sapere che la cosa era nota solo a un ebreo di nome Giuda (!!) la madre di Costantino lo interrogò e di fronte al di lui diniego di svelare il luogo, lo fece rinchiudere in un pozzo per sette giorni senza cibo (la domina non scherzava !) finché non cedette.
Fatti distruggere i templi pagani che nel frattempo erano stati eretti sul Golgota, dal luogo indicato da Giuda furono dissepolte tre croci (quella di Cristo e quelle dei due ladroni); non sapendole riconoscere le croci furono erette in Gerusalemme. Casualmente passò di lì un funerale e allora Elena suggerì di avvicinare la salma alle croci: se alla prima e alla seconda nulla accadde, al contatto del cadavere con la terza il morto resuscitò: il segnale era chiaro per capire quale era quella del Cristo! Giuda fece poi ritrovare anche i chiodi della crocifissione e il Titulus crucis su cui era la scritta I.N.R.I.( figura 5 )
Lo stesso Jacopo racconta poi come Elena raccolse alcuni frammenti della Croce che portò a Roma per farli collocare nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (figura 6) che lei volle innalzare sul sito del Sessorium il Palazzo Imperiale fatto erigere per volontà di Settimio Severo e terminato da Elagabalo.
Qui oltre ai frammenti della Croce del Cristo Elena volle fare collocare anche quella di uno dei due ladroni, la spugna imbevuta di aceto offerta a Gesù per alleviargli la sete, parte della corona di spine, un chiodo della croce e il Titulus crucis. La Vera Croce (frammenti esclusi) rimase così esposta a Gerusalemme.
La sacra reliquia fu poi sottratta nel 614 dai Persiani del re Cosroe  II e portata come trofeo nella loro capitale Ctesifonte; tredici anni dopo l'Imperatore di Oriente Eraclio, sconfisse Cosroe II e recuperò la Croce che portò prima a Costantinopoli e poi restituì a Gerusalemme. I cristiani di Gerusalemme nascosero la Croce che venne ritrovata solo durante la Prima Crociata (1099) da Arnolfo Malecorne, primo patriarca latino di Gerusalemme. La sacra reliquia conservata nella Basilica del Santo Sepolcro veniva portata alla testa dell'esercito in processione prima di ogni battaglia
Nel 1187 la sacra Croce venne portata sul campo di Hattin perché assicurasse la vittoria dei Crociati contro il Saladino (figura 7); la battaglia fu però perduta  e della reliquia non si ebbero mai più tracce. Il Saladino non volle restituirla affermando che anche per l'Islam la reliquia era sacra essendo Gesù anche per la loro religione un grande profeta.
Nei secoli precedenti però ne erano stati asportati numerosi frammenti che sono tuttora conservati in varie chiese: con la sua ironia, Erasmo da Rotterdam affermava che con tutto il legno a cui si faceva riferimento si sarebbe potuto costruire un'intera nave!
Tra i principali luoghi di conservazione, quasi sempre chiese parrocchiali, si ricordano: Torino (Santuario di Santa Maria Ausiliatrice), Padova (Cattedrale e chiesa di Santa Croce), Vasto (chiesa di San Pietro Apostolo), San Nicola la strada (Ce), Ururi (Cb), Cefalù (Basilica Cattedrale), Palermo, Messina. Ma tali reliquie non sono solo in Italia ma anche in Mauritania (Setif), in Francia e in Spagna: precisamente a Liebana in Cantabria nel Monastero di Santo Toribio (figura 8) è conservato il frammento più grande fra tutti quelli conosciuti. L'enorme numero dei frammenti della Croce ritrovati era talmente elevato che San Paolino da Nola propose una spiegazione miracolosa: il fenomeno della “reintegrazione della croce”. Per quanti prelievi se ne staccassero il Sacro Legno rimaneva integro!
La Venerazione della Croce è poi per tradizione proseguita nei secoli sia nella chiesa anglicana che in quella ortodossa con l'Esaltazione della Croce e con il Trionfo della Croce ricordate in varie date e con la Processione del venerabile Legno della Croce come meravigliosamente illustrato da Gentile Bellini (figura 9) nel  1496 col dipinto di oltre 3,5 m per 7,70 m. oggi alle Gallerie dell'Accademia di Venezia.
 I tre chiodi ( due per le mani e uno per i piedi uniti assieme) trovati ancora infissi nel legno, sarebbero stati portati da Elena a Costantino: secondo la leggenda, uno venne inserito nell'elmo da battaglia dell'Imperatore, da un altro fu ricavato un morso per il suo cavallo, il terzo infine è conservato in Santa Croce di Gerusalemme a Roma.
Il “Sacro Morso” si trova oggi nel Duomo di Milano, dopo essere stato custodito nell'antica Basilica di Santa Tecla; oggi due volte l'anno è esposto ai fedeli. Il chiodo dell'elmo col tempo fu inserito nella Corona Ferrea (figura 10) del Duomo di Monza che secondo alcuni storici altro non è che il diadema dell'elmo di Costantino. Ovviamente altre città e chiese ne hanno rivendicato il possesso specie da quando un'analisi chimica ha dimostrato che il ferro della Corona è in realtà argento, suffragando la tesi che la reliquia dovrebbe essere più un diadema da parata che da combattimento in battaglia.
Per quanto riguarda la Corona di spine, essa venne a lungo conservata a Costantinopoli fino a quando una generosissima offerta di Re Luigi IX di Francia (1214- 1270) non la fece trasferire a Parigi all'interno della Sainte Chapelle (figura 11), in un ambiente straordinario, vero gioiello del gotico. Ma anche in questo meraviglioso contesto la Corona non trovò pace poiché, nel corso dei secoli, essa venne spogliata delle sue preziose spine per farne dono (sempre dietro laute offerte) a chiese, santuari, città, personaggi di grande prestigio, per lasciare alla fine a Parigi solo i rami intrecciati che ne costituivano il fusto. Due di tali spine sono conservate nell'Abbazia benedettina di Santa  Maria a Caramagna in Piemonte.
Un'antica leggenda medioevale narra che per il legno della Vera Croce fu utilizzato l'Albero di Jesse, padre di Davide, che altro non era che l'Albero della Vita che cresceva nel Giardino dell'Eden. È certo che i fatti, le leggende, le tradizioni del ritrovamento della Sacra Croce sono molteplici e tanto intricati tra loro, come abbiamo appena accennato,che non è possibile trarne una visione corretta, ma se pensiamo all'epoca in cui si svolsero e alle grandi evoluzioni storiche, sociali e religiose che avvennero negli anni seguenti, comprendiamo le difficoltà di una conoscenza corretta dei fatti.
Rientrata dall'Oriente, Elena, a circa 80 anni (tra il 328 e il 329 d.C.), assistita dal figlio, morì in un luogo che è rimasto sconosciuto (Treviri?). Il corpo trasportato a Roma fu posto in un Mausoleo a forma rotonda ornato da una cupola, in Via Labicana nella località chiamata “ad duos lauros”  e venne racchiuso in un sarcofago di porfido rosso (figura 12) che oggi è conservato nei Musei Vaticani.
Tale sarcofago, comunque, a causa delle scene di battaglia e militari che vi sono scolpite, pare essere stato preparato per il figlio Costantino.
Subito dopo la morte dell' Imperatrice si aprì il processo di canonizzazione che, assai probabilmente con la sua azione continua, aveva contribuito in grande misura alla conversione di un intero Impero, segnando per sempre la storia dell'umanità.
Fu dunque fatta Santa.
Anche sulla fine delle sue reliquie le tradizioni non mancano e si intrecciano. Lo scrittore Niceforo Callisto, monaco morto nel 1350, sostiene che fu Costantino a portare le spoglie della madre e farle porre nel Mausoleo che aveva fatto costruire per sé, mentre il canonico Alcardo sostiene che il corpo sia stato trasferito a Venezia. Il presbitero Teogisio, secondo un'altra tradizione, avrebbe recuperato le sacre spoglie da Gerusalemme trasportandole nell'840 in Francia nell'Abbazia di Hautvilliers vicino a Reims.
È curioso ricordare come il trasferimento delle ceneri qui di Elena diede luogo a un flusso ininterrotto di pellegrini che permisero all'Abbazia di acquistare un gran numero di terreni vicini che vennero poi dedicati alla viticoltura e diedero origine alla produzione dello Champagne: è proprio qui che Dom Perignon diede il via alla sua leggendaria attività di cantiniere tra il 1668  e il 1715.
Si dice anche che dopo la Rivoluzione Francese la salma sarebbe stata trasportata nella Cappella della Confraternita di Saint Leu a Parigi.
Infine il corpo di Sant'Elena Imperatrice riposerebbe nella Basilica dell'Ara Coeli a Roma lì fatto arrivare per volontà di Papa Innocenzo II.
La molteplicità delle tradizioni risale anche al fatto che, come di consuetudine, da un' unica reliquia fosse possibile asportarne parti che finivano poi nei luoghi più disparati per farne oggetto di culto e venerazione.
La storia non ha voluto che tutto ciò che sia stato a contatto con Elena e coi suoi ritrovamenti abbia sempre portato fortuna: da Teodosio fuggito di fronte ai Visigoti, fino a buona parte dei Re Longobardi incoronati con la Corona Ferrea ma finiti tragicamente per mano dei loro nemici, fino alle disgrazie degli Hohenstaufen e degli Asburgo.
Il caso più clamoroso resta quello di Napoleone Bonaparte (figura 13) che, per nulla pio e gradito ai Papi, volle autonomamente incoronarsi con la Corona Ferrea; “Dio me l'ha data e guai a chi la tocca”. La maledizione di Elena lo colpì duramente facendogli finire i suoi giorni sull'isolotto di Sant'Elena !!
È stata dunque una vita difficile e singolare quella di Eilan Elena Flavia Costanza Giulia Augusta; certamente una donna forte e determinata, concubina o forse moglie di un tribuno dell'impero, poi divenuto Imperatore, donna  che volle farsi cristiana in un periodo burrascoso di transizioni religiose, madre di uno degli Imperatori Romani storicamente più importanti e più discussi, capace infine di dare origine alla tradizione del ritrovamento della Santa Croce, chiudendo infine con buon diritto al titolo di Santa.                                                                       

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